The Addiction, Abel Ferrara

L’inserimento di un preciso materiale d’archivio nella sequenza d’apertura (e nel prosieguo del film) di The Addiction di Abel Ferrara ha intenti ben precisi e non scontati: metaforici, filosofici, politici.

Nella sua raffigurazione del vampirismo come dipendenza dilaniante, più volte accostato a immagini di tossicodipendenza, Ferrara utilizza l’ambiente accademico come escamotage narrativo per esporre esplicitamente la morale che muove il film nel momento in cui, sin dai primi minuti, questo gli permette di costruire un discorso coerente sul male che parte da delle semplici istantanee, e proprio in queste trova prove costanti nel corso di tutta la storia.

Le diapositive che appaiono sullo schermo da proiezione durante una lezione di storia contemporanea ritraggono il massacro di My-Lai compiuto da parte dell’esercito statunitense ai danni di civili vietnamiti il 16 marzo 1968: si susseguono fotografie di un uomo mutilato genitalmente, di un incendio doloso, di corpi esanimi e uomini in lacrime che suscitano la reazione sdegnata della protagonista, una studentessa di filosofia che si interroga sul perché della gogna mediatica riservata al solo generale William Calley, unico capro espiatorio, quando l’intero intervento statunitense in Vietnam ha causato migliaia di morti (civili e non) e quando, a suo dire, l’opinione pubblica non è stata abbastanza forte da far sì che le truppe venissero ritirate prima del ’75 (“era tutto il paese ad essere colpevole, come si fa a condannare un solo individuo?”).

Quando, la sera, la ragazza viene morsa e infettata da un vampiro, sviluppa una dipendenza dal sangue che la porta a regredire ad uno stato di aggressività primordiale - non tramutandosi in non-umana ma, nella visione di Ferrara, piuttosto riscoprendo i suoi desideri più umani - e a compiere omicidi plurimi in balia dei suoi istinti violenti, alla ricerca della sopraffazione e dell’annichilamento dell’altro, argomenti che tratterà poi nella sua tesi di laurea e dei quali discute con diverse personalità: le colleghe, gli insegnanti, l’amante.

Quella che inizialmente sembrava una costrizione forzata (quella di uccidere per procacciarsi del sangue umano) diventa poi una voglia irrefrenabile, un desiderio urgente che la porta ad infettare o uccidere indipendentemente dal sesso e dalla classe sociale (compagne di corso, clochard, docenti) e che è accompagnato da una rivelazione rovesciante lo stereotipo del rapporto tra il vampiro e il sangue: questo fa in realtà marcire il corpo della protagonista che, per salvaguardare la sua integrità fisica, dovrà imparare ad astenersi.

Il regista concepisce quindi il male e il desiderio mortifero come una dipendenza innata dell’essere umano dalla quale questo può astenersi solo esercitando l’autocontrollo e scandisce la sua riflessione con la riproposizione di varie fotografie e diapositive durante le lezioni universitarie e materiale video nei telegiornali, testimonianze dei corpi deperiti degli ebrei rinchiusi nei campi di concentramento e della pulizia etnica dei serbi all’inizio degli anni novanta che vengono inseriti all’interno della narrazione (e non utilizzati come inserti extradiegetici) proprio perché elemento fondamentale, principio generatore dell’opera e dei suoi significati.

Così, a livello metaforico e filosofico il vampirismo diventa riflesso dell’atto violento, della guerra come atto istintivo e naturale che l’umanità ha sempre esercitato e a livello politico, congiuntamente al materiale d’archivio di partenza, un’accusa alle politiche interventiste statunitensi che Ferrara non ha mai mancato di criticare.

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