The Babadook: Non c'è nient'altro sotto

"Se è in uno sguardo o in una parola, non puoi liberarti di Babadook. Se sei un tipo veramente intelligente e sai dove guardare, allora puoi trovare un amico speciale, un amico tuo e mio. Il suo nome è “Signor Babadook” e questo è il suo libro. Un suono lamentoso e tre colpi graffianti alla porta. Ba-BA-ba DOOK!DOOK!DOOK! Questo succede quando sai che lui è vicino. Lo vedrai se guarderai. Questo è ciò che porta in testa, è divertente, non credi? Se lo vedi nella tua stanza di notte non chiuderai occhio. Presto toglierò il mio divertente travestimento. Presta attenzione a quello che leggi, e una volta che vedrai quello che c’è sotto, desidererai di essere morto."

Queste le parole inserite nel libro per bambini che Amelia legge al figlio prima dell’inizio di un incubo che la porterà alla pazzia e al confronto con i suoi più oscuri timori e un passato incombente. Ma, dopo aver visto ciò che c’è sotto, si può tranquillamente affermare che in “The Babadook” non c’è nulla. Nulla oltre ad un regia tanto intelligente quanto inquietante e ad uno dei character design meglio concepiti nella storia del cinema horror. Non c’è nulla. Non c’è alcuna psicologia di fondo, se non spicciola, tanto millantata da critici d’ogni dove, facendo urlare al “capolavoro introspettivo”. I dialoghi rasentano il patetismo. L’analogia “marito morto/incubo ricorrente” non può certo essere considerata come originale e il rapporto madre/figlio è accennato nelle sue considerazioni più superficiali e degenerate, da risultare spesso falso.

Ma l’aspetto più interessante riguardo a “The Babadook , e che difficilmente viene preso in considerazione, è che a nessuno, spettatori e critica, dovrebbe importare minimamente di queste falle strutturali, perché il film raggiunge pienamente il suo scopo. Il film fa paura. Eccome se lo fa. E non solo fa paura, ma lo fa donando al cinema due tra le sequenze più inquietanti e meglio strutturate (sia in fase di produzione che di post produzione) mai realizzate nel genere. Due sequenze, quelle in cui lei trova il libro rincollato, e in cui rischia un incidente al ritmo ossessivo del lamento “Baba DOOK!DOOK!DOOK!”, che mi hanno riappacificato con il cinema dell’orrore.

Insomma, si avvicinano le vacanze e vorrei parlare di questo film in un modo diverso rispetto ai miei canonici articoli su Nastorix. Vorrei scrivere non come studioso di cinema alla ricerca di sillogismi, citazioni (di cui il film è esplicitamente pieno) o metafore, ma come farei col mio vicino di casa o con i miei amici appassionati di Michael Bay.

Aspettavo un film come “The Babadook più o meno da quando sono nato. Gli horror mi hanno sempre deluso. Eccetto il mio incondizionato amore per Mario Bava, nessun film mi ha mai spaventato, e quand’anche apprezzassi la componente psicologica, in “Nightmare” , in “Halloween”, restavo deluso dal punto di vista empatico. Noia. Noia totale. Ho odiato “Scream. Ho schifato “The Ring  (anche nella versione originale giapponese, sì). Sono quasi arrivato al vomito per “Non aprite quella porta”.
Nella mia vita da amante del cinema penso di aver apprezzato solamente “La casa dei mille corpi” e “The Descent”, un imperdibile gioiellino. Ma dal punto di vista dell’empatia e della magniloquenza visiva,“The Babadook” ha fatto di più, ha fatto molto di più.

The Babadook” è un thriller horrorifico più che un horror vero e proprio. Una fiaba grottesca di vena vagamente espressionista dove il mostro è celato, nascosto dietro ai muri, sibilante e, soprattutto, elegante. Dall’estetica minimalista e già cult, l’uomo nero si fa ombra cartonata, una sagoma animata bidimensionale (sino al finale del film, almeno) in grado di perseguitare i protagonisti con la sua sola presenza, capace di impossessarsi delle loro anime.
L’estetica ricercata da Jennifer Kent ha un che di burtoniano, e la delicatezza con la quale gestisce fotografia, momenti di stasi e di concitazione e la recitazione è quanto meno degna di nota, soprattutto per una regista al suo esordio. Una regista che ha avuto un merito altissimo, che si è riproposta un compito arduo, a volte pericoloso, ma che ha raggiunto pienamente: provare a farmi apprezzare un film diretto da una donna. Non perché io sia sessista (il mondo del cinema lo è) ma perché ogni film firmato al femminile che mi è stato concesso di vedere mi ha repentinamente portato alle convulsioni. E’ valso per Sofia Coppola e il suo premio oscar per la sceneggiatura “Lost in traslation” (senza parlare de “Il giardino delle vergini suicide” o “Bling ring”) ed è valso per Kathryn Bigelow e il suo vergognoso oscar come miglior film per “The Hurt locker” (vinto nell’edizione in cui la premiazione dell’Academy cadeva l’otto Marzo, che casualità). Era valso parzialmente pure per “Lezioni di piano” di Jane Campion, (un capolavoro, a scanso di equivoci) ma, in attesa di ammirare qualche opera di Susan Bier, per la quale nutro forti aspettative che non ho ancora saziato, in questo turbinio di misoginia la regista australiana si inserisce nell’olimpo dei miei apprezzamenti femminili, ex-equo con quell’filmetto indie che è “Fuori vena” di Tecla Taidelli. Una soddisfazione per una donna che da ragazza voleva abbattere “il presupposto per cui le donne non possono essere registe”.

Uno stilema che è riuscita a rompere totalmente, dirigendo un lavoro stilisticamente curato in ogni suo aspetto, dove i suoni extradiegetici ed omodiegetici penetrano all’interno delle orecchie e del tessuto nervoso, dove la voce gracchiante dell’uomo nero fa vibrare anche la pelle e dove lo sguardo maligno di Essie Davis è così vitreo e malato da poter essere considerato una perfetta fotografia cinematografica.

The Babadook” è quindi un film ben riuscito, colmo di tutti i difetti delle opere prime, ma che, nel complesso del prodotto, risultano più che perdonabili. Un film che, nonostante la mancata dimostrazione dei nessi logici nella maturazione dei personaggi, riesce a far rabbrividire lo spettatore, Stephen King compreso, e che, salvo qualche scena evitabile (la protagonista che non raggiunge l’amplesso da vibratore perché disturbata dal figlio, è un’idea che, così strutturata, risulta di rara demenza) segna un ritorno del cinema horror a livelli a cui ci si era recentemente disabituati, mozzando il fiato con alcune sequenze magistrali e creando un’atmosfera ansiogena per tutta la durata della pellicola.

Poi basta. Non c’è nient’altro sotto.

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