The Hateful Eight: 70 mm di sinfonia e i miei “odiosi otto”

Parlare di politica in riferimento ad un film di Quentin Tarantino rischia di portare su un terreno scivoloso, nel quale spesso la critica affonda, annaspando tra quella che sembra una necessità di politicizzazione artistica (e, più precisamente, di un artista) e l’obbligo di etichettare qualsiasi film, avvicinando l’arte alla logica del prodotto di consumo.
Questo film è adatto anche ai celiaci.
Hai capelli grassi? Questo è il film adatto per te.
Quel terribile peso allo stomaco non se ne va? Prova a guardare l’ultima opera di Scorsese.

Ma l’arte non è uno shampoo, e se i precedenti film del regista più osannato degli ultimi vent’anni sono stati descritti (a volte propriamente, a volte meno) come pulp o postmoderni, dare una precisa locazione a The Hatetful Eight nello spazio della definizione sarebbe impossibile, e sicuramente improprio. Perché quest’ultimo film di Tarantino, come molti altri, può essere visto sotto diverse luci, sotto molti punti di vista, esattamente come i plot a segmenti (qui sì, la definizione di post-modernismo sembra essere calzante) che da Reservoir Dogs/Le Iene in poi il nostro confeziona.
The Hateful Eight non è un film politico né politicizzato, ma la critica ad un certo modello di società radicato negli U.S.A. emerge come uno dei tanti strumenti di una magnifica sinfonia.
Ma facciamo qualche passo indietro, esattamente come farebbe Quentin. Partiamo dal primo capitolo, riavvolgiamo continuamente il nastro e guardiamo il tutto da un altro punto di vista, il primo dei tanti.

CAP I: la scelta estetica.
La cineteca di Bologna offre un’incredibile possibilità a tutti gli appassionati ed a chiunque scriva di cinema, che non potevo non cogliere. Nella sala Lùmiere, il film di Tarantino viene proposto secondo le sue istanze estetiche iniziali. Un film girato in 70mm, formato anamorfico, che si proponga come visione nostalgica del cinema che fu (e per Tarantino è stato tanto). La versione proposta è quella integrale (all’uscita ufficiale in Italia il film vedrà tagli per circa dieci minuti) in lingua originale sottotitolata. Il formato non è stato compresso digitalmente, esattamente come il regista ha voluto, così da mantenere l’incredibile qualità delle immagini, le molteplici sfumature di colore che, a dire il vero, solo l’occhio allenato è in grado di cogliere e che si andrebbero a perdere con la digitalizzazione.
L’ultima fatica di Tarantino si propone come una vera e propria esperienza cinefila, con chiare citazioni a Sergio Leone, dal formato alla collaborazione con Ennio Morricone, una non-velata dose di auto referenzialità (la macchina da presa che attraversa il pavimento come in Inglorious Bastards) e una continua ricerca sperimentale (l’uso della pellicola 70mm lo avvicina a Paul Thomas Anderson). Una scelta furba e convincente.

CAP II: la regia.
Tarantino dimostra di essere diventato (non che si abbia mai avuto alcun dubbio) oltre che un grande creatore di personaggi, storie e dialoghi (uno sceneggiatore a tutto tondo insomma), un regista sublime, accorto e attento ad ogni minimo particolare della messinscena. I picchi stilistici che vengono raggiunti in The Hateful Eight, con la macchina da presa che descrive traiettorie arcuate e vorticose, al fine di esaltare il quadro e le pesature compositive in uno spazio angusto, dimostrano come una regia oculata e studiata sia merce rara per il cinema contemporaneo. La regia di The Hateful Eight si impone come una grande prova di maestria tecnica, in grado di superare le difficoltà che solo chi abbia mai provato a girare una sequenza all’interno della stessa stanza è in grado di comprendere. A questo proposito, la scelta del 70mm, che permette di impressionare una maggiore quantità di spazio senza perdite in profondità di campo aiuta a rendere gli spazi più ampi e ariosi (le sequenze iniziali nella carrozza sono impeccabili).
Dal punto di vista tecnico, il film più bello di Tarantino.

CAP III: la fotografia.
La neve. Le luci. Gli spazi ampi e quelli stretti. Tutto assume vita nei colori della fotografia di Robert Richardson (che già aveva lavorato con Tarantino per Kill Bill e Inglorious Bastards). Tutto assume vita per ricalcare un’aria funerea e sussurrare l’incombente strage, chiara sin dall’inquadratura iniziale di un Cristo di pietra dal quale primo piano si passa ad un campo lungo di una carrozza in lento arrivo, il motore della storia intera. Gli spazi sono ampi e immensi. Il cielo tradisce emozioni lugubri. I primi piani non sono mai compressi (a causa del formato, appunto) così da ricordare allo spettatore che il protagonista dell’inquadratura non è mai solo ma è inserito in un determinato ambiente, con determinati personaggi. Se Iñárritu non avesse sfornato The Revenant, staremmo parlando di un oscar alla fotografia praticamente assicurato.

CAP IV: la storia.
Il plot del film è forse la nota meno intonata di questa sinfonia. Si faccia ben attenzione, non si è detto “nota stonata”. Perché la trama, come sempre in ogni film del regista è sempre accattivante, brutale ed euforica. Ma in questa ottavo gioiello sembra risentire, volutamente, dell’influenza di Reservoir Dogs/Le Iene e di tutto il cinema antecedente dell’autore (come su sua ammissione), e alcuni passaggi risultano anticipabili o leggermente prevedibili da uno spettatore attento e avvezzo alle logiche dei film di Tarantino.
Otto persone si ritrovano casualmente in un rifugio in montagna, aspettando che la bufera di neve passi e riconsenta il cammino. Il legame tra di loro è sconosciuto, ma sembra avere a che fare con la condannata a morte Daisy Domergue, trasportata in maniera morbosa da un cacciatore di taglie diretto a Red Rock perché la donna sia impiccata. Un continuo climax di eventi grotteschi porterà allo snocciolarsi della vicenda, mostrando la reale essenza di ogni personaggio e il legame che intrattiene con gli altri.

CAP V: il cast.
La visione del film in lingua originale, come sempre, mette in risalto l’abilità interpretativa di ogni membro del cast (sì, anche Chunning Tatum), frutto di una scelta solida e di “usato sicuro”. Si ritrovano infatti molti degli attori che storicamente hanno collaborato col regista, ognuno con un accento diverso, caratteristica ormai consolidata per i film di Tarantino, e ognuno con peculiarità fisiche e storiche differenti. Dall’immortale Samuel L. Jackson, cacciatore di taglie dal passato incerto, alla candidata all’oscar Jennifer Jason Leigh, mai così brutta e cattiva, a tratti ributtante.
Tim Roth accoglie il personaggio che era chiaramente destinato a Christoph Waltz (che ha declinato per ulteriori impegni) e ne è un più che degno interprete, caratterizzando al meglio il calcato accento inglese del “boia” di Red Rock. Anche il redivivo Kurt Russell si cala perfettamente nei panni del cacciatore di taglie duro ma col cuore tenero e animato da un alto senso della giustizia (non ammazza mai i prigionieri, ma li conduce all’impiccagione). Bruce Dern fa il "Bruce Dern", e non si chiederebbe altro.
Scelte impeccabili.

CAP VI: il genere.
Volevo fare un western, ho finito per fare un horror” dirà Tarantino riguardo al film. E la definizione appare incredibilmente realistica. Le atmosfere ansiogene e tese ricordano alcune pellicole di Mario Bava e sfociano questa volta, differentemente dagli altri film di Tarantino, in un vero e proprio splatter horrorifico, più simile a Planet Terror che a Kill Bill o Django Unchained. Sangue rigurgitato a fiotti, non solo per terra, che sembra attingere a piene mani nel catino del vomito dei Monty Python. Testicoli che saltano improvvisamente. Teste letteralmente esplose. Impiccagioni protratte. Fellatio omosessuali. Tarantino supera se stesso e le proprie perversioni nel creare un’ambientazione malata e violenta non solo dal punto di vista fisico, ma soprattutto psicologico.

CAP VII: la colonna sonora.
Che Ennio Morricone non avesse mai vinto un premio Oscar individuale (salvo quella alla carriera) o un Golden Globe è uno scandalo. Lo stesso Tarantino, nel momento dell’assegnazione del Golden Globe per miglior colonna sonora, ha denunciato questa mancanza, mostrando il suo orgoglio per aver costruito un film che ha portato il compositore, paragonato a Mozart e Beethoven, alla vittoria del premio tanto agognato.
E non poteva che essere così, sperando che la scena si ripeta durante gli Academy Awards, perché la colonna sonora (e il montaggio sonoro) sono inevitabilmente di caratura elevatissima. Ennio Morricone è garanzia di qualità e lo si capisce dai prime cinque minuti di overture iniziale con stasi su una fotografia sanguigna della carrozza, che riportano alle vecchie ambientazioni western di Leone, per giungere al tema ricorrente dell’opera, vagamente carpenteriano e ispirato al tema dell’Esorcista, in grado di introdurre lo spettatore nel clima "horror/palpitante" della pellicola.

CAP VIII: la politica.
E infine, il tema iniziale, quello della politica. In The Hateful Eight è presente molta politica, o meglio, una serie di chicche politiche di stampo antiamericano e antinazionalista. Una critica non troppo velata e ben contestualizzata nelle dinamiche narrative. Dall’accusa delle atrocità della guerra, all’odio verso il razzismo sudista, alla critica al modus operandi bellico tipico statunitense (con forte ammiccamento all'attualità) e un finale, indescrivibile per ragioni di spoiling, che ricalca la falsità e l’ipocrisia dei valori fondanti della civilizzazione americana, o quanto meno della loro attuazione, che sarebbero le basi dei diritti e del vivere civile nella società statunitense. All’interno del discorso non si può non segnalare una riflessione di stampo tipicamente tarantiniano sulla pena di morte e sulla distanza emotiva della giustizia, riflessione che, come si vedrà, viene completamente ribaltata nel finale.
In mezzo a questo mare di informazioni, Tarantino riesce anche a togliersi un sassolino dalla scarpa molto probabilmente diretto a Spike Lee, che aveva più volte criticato l’uso eccessivo e volgare volto, a suo dire, al dispregio della razza nera, della parola “nigger” nei film del regista, con una frase, sibillina, da leggere tra le righe: se li chiami negri vanno fuori di testa.

Tarantino non viene meno alla propria idea di cinema e alle sue idee sulla costruzione dei dialoghi, e prosegue per la sua strada, con tecniche ormai rodate che hanno composto la sua fortuna ed altre più innovative, volte alla sperimentazione, ma sempre nel rispetto dei canoni estetici e narrativi che gli sono a cuore, non contravvenendo mai ad una regola portante: ogni film deve essere un capolavoro.
E questa altro non è che un’ottava sinfonia. La più bella da un punto di vista tecnico, forse.

E Tarantino il regista più coerente a se stesso che sia mai esistito.

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