“The Hateful Eight”

Non è casuale il numero presente nel titolo dell’ultimo film di Quentin Tarantino, così come non lo era stato per “8 ½” (1963) di Federico Fellini. Il primo, infatti, non calcola nel conteggio l’episodio diretto in “Four Rooms” (1995), così come il regista di Rimini non considerava gli episodi diretti in “Agenzia Matrimoniale” (1953) ed in “Boccaccio ‘70” (1962). I richiami al grande Cinema italiano, però, non finiscono qui: il Maestro Ennio Morricone è autore di una colonna sonora che, sin dai titoli di testa, offre un respiro ampio, simile a quello visivo offerto dal formato in 70 mm nel quale il film è stato girato. Sebbene la vicenda si svolga qualche anno dopo la fine della Guerra di Secessione, risulta evidente come Tarantino veda la società americana di quell’epoca molto somigliante a quella contemporanea, ferita dalle tensioni razziali che sfociano spesso in cruenti omicidi. La pellicola si apre con una diligenza che corre nell'innevato Wyoming, diretta alla città di Red Rock. All’interno ci sono il cacciatore di taglie John Ruth e la fuorilegge Daisy, destinata ad essere consegnata alla giustizia. Lungo il viaggio, si aggiungono il Maggiore Warren, un ex soldato nero nordista diventato anch’egli un noto cacciatore di taglie, e Chris Mannix, il nuovo sceriffo di Red Rock. A causa di una forte tempesta di neve, il gruppo è costretto a fermarsi presso un emporio, dove già si trovano: il messicano Bob, il boia Oswaldo, il mandriano Joe e Smithers, Generale dell’Esercito della Confederazione. La bufera blocca gli otto all’interno dell’emporio e ben presto tutti comprendono che non è stato il caso ad aver organizzato quell’incontro. Tarantino è fuori di dubbio un regista colto, tanto da seminare la pellicola di molti riferimenti: da “Ombre Rosse” (1939) a “10 Piccoli Indiani” (1945), da “Nodo alla Gola” (1948) a “The Iceman Cometh” (1973). Nonostante questo, però, “The Hateful Eight” sconta un non lieve peccato originale: la sceneggiatura (e non solo) cela parti di verità e mente in modo spudorato. Senza entrare troppo nel dettaglio, mi limito a spiegare che la storia è divisa in sei capitoli, ma solo grazie al quinto si viene messi a conoscenza delle reali identità di tutti i personaggi. Proprio per la sua cultura, appare strano come il Regista non abbia tenuto conto del concetto espresso a Francois Truffaut dal Genio del brivido nell’intervista “Il Cinema secondo Hitchcock”. Sir Alfred, infatti, afferma che non si deve mentire al pubblico, che lo si può trarre in inganno, ma mai mentirgli o nascondere parti essenziali della storia! L’effetto conseguente più diffuso tra il pubblico è un’impressione di faciloneria e di scorrettezza. Il cast è di ottimo livello; tra questi è giusto segnalare: Kurt Russell, Samuel L. Jackson, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Tim Roth ed i quasi ottantenne Bruce Dern. Gli effetti splatter non aggiungono nulla e, forse, mai come questa volta, appaiono gratuiti ed inutili.

Consigliato a: i fans di Tarantino, del genere western ed a chi non ha problemi di vescica (la durata è di 167 minuti nella versione digitale e di 187 in quella 70 mm). Voto: 7-

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