“The legend of Tarzan”

Sono trascorsi otto anni da quando John Clayton III e la moglie Jane hanno lasciato il Congo per vivere a Londra. A colui che è chiamato Lord Greystoke dalle alte sfere della società inglese e Tarzan dalla stampa popolare, viene chiesto di tornare in Africa come emissario del Parlamento: nessuno è al corrente, però, del complotto ambizioso, pericoloso ed orchestrato dal belga Leon Rom, nel quale l’ex re della giungla ha il ruolo di pedina necessariamente sacrificabile.

Sono sufficienti poche righe per inquadrare l’ultimo film di David Yates (noto per aver diretto gli ultimi quattro capitoli della saga di Harry Potter), che non lascerà di certo memoria lunga di sé: la mediocrità, infatti, domina molti elementi strutturali, tecnici ed artistici. La storia ha uno stampo insipido e prevedibile, molto più vicina alle pellicole seriali prodotte tra gli anni 1932-1960 (interpretate da Johnny Weissmuller, Lex Barker e Gordon Scott) che a quella magnifica del 1984 “Greystoke - La leggenda di Tarzan - Il signore delle scimmie”. Quel film di Hugh Hudson è stato talmente imponente, cinematograficamente originale e così fedele allo spirito contenuto nei romanzi di Edgar Rice Burroughs, da non dover essere ignorato. Il taglio psicologico del personaggio - interpretato 32 anni fa dal bravissimo e sconosciuto Christopher Lambert - qui è scomparso, così come tutta la partecipazione emotiva degli spettatori alla sopravvivenza nella giungla. Lo stile ed il messaggio pacifista/animalista non bastano a rendere moderna la pellicola; la computer grafica risulta uno stratagemma non per dare credibilità alle scenografie, ma per infastidire chiunque sappia distinguere un disegno a matita da un dipinto ad olio. Christoph Waltz è tremendamente uguale agli altri suoi villain già visti, solo per citarne alcuni, in “Bastardi senza gloria” (2009), “Come l’acqua per gli elefanti” (2011), “Django Unchained” (2012) e “Spectre” (2015). Da parte sua, anche Samuel L. Jackson offre un’interpretazione di routine, utile solo a far sorridere ed a spezzare la noia. Il dispiacere è tutto nei confronti dello svedese Alexander Skarsgard. “The legend of Tarzan” è un passo falso, poiché risulta un ingrediente di valore in uno scialbo minestrone; la sua bravura è indiscutibile, mentre non lo sono le scelte del regista che non perdono occasione di evidenziarne il torace, a discapito di tutto il resto. Non a caso, qualcuno ha scritto che “i suoi addominali sembrano più reali di tutti i suoi compagni della giungla in CGI”. A proposito: può essere credibile un Tarzan in pantaloni?

Consigliato a: chi non sopporta il caldo ed ha l’aria climatizzata guasta; meglio due ore in un cinema fresco a vedere questo film, che in casa con 40 gradi a vedere un qualunque capolavoro. Voto: 5.

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