The Midnight Gospel: lisergici mantra

Dal 20 aprile 2020 è uscita su Netflix una serie innovativa. Lo stesso assistente esecutivo del canale televisivo ha proposto di fissare l’uscita del cartone per quella data trattandosi sia del famoso 4/20, sia il compleanno del protagonista della serie. Inizialmente mi aspettavo qualcosa di esilarante come nella maggior parte dei cartoni che mi sparo settimanalmente. Rimasi un po’ sulla difensiva al primo sguardo sulla serie, ma a seguito di una seconda e più accurata visione ne ho rivalutato il valore: The Midnight Gospel è puro oro.

Preparatevi per lo spiegone: l’ideatore è Pendleton Ward, famoso ai molti per aver creato un’altra altrettanto innovativa (per l’epoca) serie animata, intitolata Adventure Time. Se l’originalità di questo cartone diventato famoso in tutto il mondo derivava dal fatto che nel 2010 uno spettacolo per bambini poteva essere gustato appieno anche da ragazzi e adulti per certi concetti e riferimenti labilmente mascherati, in The Midnight Gospel abbiamo una novità in termini di serie animate. Troviamo più di una crescita da parte dello stesso Pendleton non indifferente. The Midnight Gospel nasce grazie all’incontro tra il protagonista narrante Duncan Trussell e Ward. Duncan è un comico americano ed un podcaster, uno che fa interviste, racconti e altre cose così e poi le mette su internet così che le persone possano ascoltare… dai, sapete cos’è un podcast, non stiamo qua a dilungarci ulteriormente. Pendleton, incuriosito e affascinato dai suoi podcast, decide insieme a Duncan di iniziare questa serie animata che ha dell’incredibile. Ogni episodio è incentrato su un’intervista rilasciata da personaggi diversi durante la registrazione dei podcast di Duncan. Per questo che ogni tanto capiterà di sentire gli intervistati rivolgersi a lui come Duncan invece che Clancy, ossia il nome del personaggio protagonista. Avremo quindi una specie di salottino della conversazione, un po’ come i classici talk show americani o la vostra seduta dallo psicanalista, ma narrato attraverso l’animazione grafica, con una sua storia particolare. Vedremo Clancy, uno spacecaster (podcaster spaziale) che vive in un multiverso, utilizzare un simulatore di mondi paralleli per venire catapultato su allucinanti pianeti nei quali troverà sempre un qualcuno da intervistare. Il simulatore è un una specie di vulva gigante nel quale il protagonista ci infilerà la testa ogni volta che si getterà nelle sue avventure. Le cosiddette guest star intervistate sono personaggi di rilievo nella cultura americana, ma non importa davvero sapere chi siano, quanto bisogna saper ascoltare quello che raccontano. Certo, poi io (come penso molti di voi che l’hanno già visto) sono andato a “googlare” dopo ogni episodio il nome del personaggio. Quel vizio di voler conoscere sempre di più…

Ho dovuto rivederlo un paio di volte come vi ho detto per riuscire ad apprendere il più possibile. Non è facile perché ci vuole una certa concentrazione nel seguire attentamente ciò che viene presentato e come viene fatto. Lo spettatore deve focalizzarsi contemporaneamente su tre aspetti diversi: visivo, la storia narrata dal cartone animato; uditivo, l’intervista per il podcast che verte intorno a topic davvero profondi; “spirituale”, quella cosa che ottieni unendo i due concetti precedenti e ci aggiungi della buona musica (può essere d’aiuto l’utilizzo di sostanze psicotrope; consultare il proprio sciamano di fiducia prima dell'uso).

Il primo aspetto, quello visivo, è forse il più semplice da seguire. Ma non sempre. Alle volte si può venire catturati troppo da quello che si raccontano nell’intervista da arrivare a perdere di vista quello che succede nel cartone stesso. Ed è qui che viene il bello: in qualche modo le discussioni sono sempre collegate alla storia disegnata. Di particolari ne vedremo parecchi. Dettagli inerenti al mondo odierno, come il mostriciattolo che cammina dritto verso una freccia senza notarla perché preso a guardare il cellulare. La freccia è ferma, sospesa in aria e lui ci cammina attraverso. O meglio, la freccia passa attraverso il camminatore ignaro. E ovviamente il riferimento al mondo odierno era la ovvia freccia a forma di cuore sospesa in aria ed inamovibile. Ce n’è una esposta al museo della scienza e della tecnica di Salerano sul Lambrusco. Tornando a parlare seriamente, il cartone da vedere è un trip, tant’è che se ne parla subito nel primo episodio. Di trip intendo. Ed è abbastanza ovvio, data la bellezza di certe immagini che sembrano venute fuori da una notte brava coi Pink Floyd e Dalì. Certe scene catturano lo sguardo per tanta genialità e fantasia, di cui vi consiglio vivamente uno sguardo attento all’episodio 5 che mi ha colpito parecchio. In altri casi possiamo trovare anche scene pazze ed esilaranti, come un insetto che toglie un butt-plug dal sedere di una mosca e lei contenta le manda un pollice su. Viaggi in mondi assurdi, con storie assurde e per nulla banali. Riflessive direi, proprio perché si collegano al secondo concetto.

Il punto forte del cartone è ovviamente l’intervista all’ospite, anche se in questo caso l’ospite è sempre l’intervistatore Duncan/Clancy che si proietta verso nel mondo dell’intervistato. Un concetto a dir poco stupendo. Io che chiacchiero con te che sei ospite perché sei venuto qua nel mio salottino per l’intervista, in realtà sei il padrone di casa perché ascoltando ciò che hai da raccontare mi trovo proiettato nel tuo mondo, nella tua “dimora”. E i mondi in cui finisce Clancy sono emozionali e tanto profondi da non avere un fondo. Sono di un profondo infinito. Ecco, visto. Mi rende romantico questo cartone. I topic che vengono trattati sono vari, ma con un filo logico di connessione: trascendentismo, spiritualismo, visione concettuale della morte, droghe, esistenzialismo, meditazione, riti funebri, perdono, magia e scarpe. Riguardo alle scarpe non è proprio un concetto che viene discusso, ma sto ancora cercando di capire perché Clancy abbia questa fissa di portarsi a casa un paio di scarpe dal mondo in cui è stato proiettato, come una specie di souvenir. Non trovo il collegamento con la storia, né con i discorsi affrontati, ma forse è proprio questo il senso di un souvenir, no? Oggetti che fan cagare ma che ci aiutano a ricordare le nostre esperienze di viaggio (e di crescita in questo caso). Devo ammettere però che alcune delle scarpe che recupererà Clancy sono davvero fighe.

Veniamo all’ultimo punto, quello spirituale. Ho reputato questo cartone illuminante. Non che abbia trovato l’illuminazione, per carità. Quella l’avevo già trovata alle superiori quando studiavo per diventare elettrotecnico. E sicuramente non mi ha aperto nessun terzo occhio, anche perché vai te a rifare gli occhiali con quello che mi costano. Questa serie è riuscita a spiazzarmi, a farmi piangere, a farmi riflettere tantissimo ma a darmi un senso di positività che non sentivo da parecchio. Ha rafforzato certi miei concetti su morte e coscienza, ha alleviato certi dolori. Tranne quello del mal di schiena che sto sentendo ritornare nello scrivere al computer tutto gobbo. Ok, raddrizzatomi e seduto composto posso tornare a cantare le lodi di The Midnight Gospel. Ah, tra parentesi mi sono dimenticato di dirvi che il titolo è il nome del podcast di Duncan… volevo dire dello spacecast di Clancy. Quello di Duncan si chiama Duncan Trussell Family Hour e lo trovate a questo sito: http://www.duncantrussell.com/.

La musica della serie è alquanto piacevole, in particolare io sono innamorato della traccia usata durante il lancio di Clancy nel simulatore. Il resto della soundtrack è composta anche da molte tracce fatte dallo stesso Duncan, il quale utilizza campioni vocali delle interviste e ci gioca a fare il dijei.

In definitiva consiglio questa serie a tutti, l’importante è guardarla con attenzione. Magari la consiglierei di più a persone che fanno yoga e meditazione, a chi è affascinato dalla cultura indiana, ma anche chi ha perso un proprio caro, chi sta soffrendo e chi è arrabbiato. The Midnight Gospel è un toccasana per l’anima.

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