The Neon Demon: se non riusciamo a fagocitarlo, vomitiamolo

Jesse è il sole nel mezzo dell’inverno. E’ la luna che le chiedeva cosa volesse diventare da grande quando da piccola si sdraiava per ammirarla e parlarle. E’ il sole dorato sul set fotografico. E’ la luna dall’iride azzurra che Gigi, la donna bionica (una Cadillac organica che si è rifatta interni ed esterni, forse anche l’anima), vomita perché incapace di digerire un corpo puro, genuino.
La bellezza non è tutto, è l’unica cosa. Quindi Jesse è luna. Jesse è sole. Un sole glitterato e luccicante. Il flash dei fotografi che immortala la sua natura al neon, la luce della pornografia, demoniaca nella sua sensualità e superficialità.
Jesse è un demone, ma è anche una santa. E’ un’icona esoterica incorniciata da un triangolo azzurro col vertice rivolto all’insù, indice del suo essere divinità. Un triangolo utero e apparato digerente. La mecca hollywoodiana (terra promessa nella terra promessa degli U.S.A) che ha consumato Refn per poi vomitarlo una volta capito che il suo universo personale era ben più affascinante e conturbante rispetto all’estro istituzionalizzato di Drive (e quindi incontenibile). Ma è anche un triangolo scomposto in tre parti, tre triangoli col vertice rivolto verso il basso, fondamenta della piramide che seziona il corpo di Elle Fanning nella locandina ufficiale del film. E’ padre, figlio e spirito santo. Allora Jesse non resta la bellezza incorrotta rinchiusa nella sua psichedelica pala d’altare, ma diventa la trinità carnale che bacia gli specchi al neon rosso, in grado di riflettere lei e solamente lei. Diventa quella bambolina passivo-aggressiva che sbava il rossetto sulla sua immagine e si eccita per i sogni erotici che penetrano nella sua stanza. Un puma che sconquassa la camera. Un coltello che la soffoca fino in fondo alla gola. La pelle dei suoi pantaloni.
Un occhio azzurro. Del sangue rosso. Una piramide azzurra. Una piramide rossa. Sangue e acqua. La natura terrena e divina della bellezza. Una madonna che è dio (oggetto di venerazione) e ostia (oggetto di divorazione) che tutto turba e tutto sconvolge. Proprio come il cinema di Nicolas Winding Refn. Un cinema di incubi e sogni celati che si specchia nella figura di Elle Fanning (“c’è una sedicenne in ogni uomo. La mia sedicenne è Elle Fanning” dirà il regista): la compagine femminile e cinematografica di un autore che ha sempre parlato di - o meglio “dipinto” - una sessualità potenziale e inespressa che in The Neon Demon assomiglia tanto alla rappresentazione di una patologia alimentare. Le modelle hanno bisogno di mangiare, ma non lo fanno. Jesse non ne sente neanche l’esigenza. Le modelle fanno sesso. Jesse no. Lo fa con se stessa, forse. Perché Jesse non ha bisogno di compiere alcun atto di autorealizzazione né di affermare la propria supremazia sulla vita o la morte. Lei è la vita ed è la morte. Jesse non ha alcun genitore da cui scappare, a cui dimostrare rifiuto e autonomia (sono morti? Li ha uccisi?). E’ un demone autosufficiente e autorealizzato che trattiene gli impulsi sessuali e li sfoga su se stessa. Si compiace della sua natura. Passa disinvoltamente da un abito rosso ad un abito blu. E’ onnipotente. Immortale. Mette in luce le debolezze di un mondo, quello del fashion, che poi è quello dello star system hollywoodiano, destinato ad implodere. A collassare. Refn conosce il fashion e lo ama (“quando Gucci mi ha proposto di girare uno spot con Blake Lively ho risposto subito di sì” mi ha detto in un’intervista), ma lo analizza e lo critica, con una vena un po’ moralistica magari, ma di certo con estrema eleganza. Critica, analizza. Ma non giudica. Mai. Non i suoi personaggi. Non l’hai mai fatto, nemmeno con la despotica madre di Julian in Only God Forgives o la figlia ingrata di Milo in Pusher III. Egli si limita a mostrare. Compone il quadro e la fotografa in maniera asettica e cruenta. Ma anche nell'arrivismo, nel cannibalismo, tra le docce di sangue e la necrofilia, non si spinge mai oltre la presentazione degli eventi. I giudizi non gli competono, non nel cinema almeno. Carica i personaggi di immagini evocative, ieratiche. Che giudichi il pubblico. Che scelga o meno se partecipare alla messa. Non una messa nera. Una messa al neon.
Le donne di The Neon Demon non sono streghe, come in molti le hanno definite. Anzi. Sono umane, troppo umane. Non c’è nulla di veramente maligno in loro se non la fede cieca nella bellezza e l’impossibilità di venire incontro alle richieste di un mondo fallocentrico, in cui gli uomini si fanno da parte per gestire il mercato del corpo e intervengono solo per uccidere emotivamente, nella selezione delle modelle, e fisicamente, sterminando le ragazze di un motel.
Per sopravvivere non resta che divorarsi tra loro stesse.
Sarah/Abbey Lee lacrima per la vergogna a cui la spinge il suo desiderio di perfezione. Beve il sangue di Jesse. La lecca. Le mangia gli organi. Prende la comunione e pone freno ad un’evidente paura della morte, di essere prevaricata nell’unica qualità che sente di possedere. La bellezza non corrotta.
Gigi/Bella Heathcote è l’antitesi di quello che Refn è, e incarna ciò che avrebbe potuto diventare se avesse proseguito sul filone registico di Drive. E’ una bellezza accettabile, è “carina” dirà lo stilista. Ha accettato i compromessi che il mondo della moda le ha richiesto per poi rinfacciarle la sua mediocrità. E’ un automa che ha smarrito qualsiasi identità corporale. E’ la strada che Refn ha evitato.
Ruby/Jena Malone è la sacerdotessa della bellezza. L’essere estetizzante. La guardiana dei vivi e dei morti che si alterna tra il trucco agli attori sul set e quello ai morti negli obitori. E’ una strega che vuole abbeverarsi alla fonte della perfezione per pura ricerca spirituale. Incapace di compiere distinzioni tra un corpo vivo e un corpo morto (senza la volontà di farlo) e cultrice del demone erotico femminile (quindi, chiaramente, omosessuale). Se Sarah è alla ricerca del sole, Ruby è alla ricerca della luna, dell’ascesi mistica che si risolve in un orgasmo pregno di sangue che è un ululato in piena notte.
Quattro personaggi femminili (Jesse/Sarah/Gigi/Ruby). Quattro facce di Refn. I quattro triangoli della piramide.
La piramide bidimensionale di cui è emblema il sangue che scorre sul pavimento durante l’eiaculazione di Ruby in una scena che ha dato scandalo. L'unione di sesso e violenza che è sunto delle molteplici dimensioni di superficie di tutti film di Refn, quest'ultimo in particolare.
Quella della musica elettronica innanzitutto. Ancora composta da un Cliff Martinez in stato di grazia (ma ha senso dirlo ad ogni nuovo film?). C’è un po’ di Moroder, un po’ di Kalkbrenner. Tutti i riflessi raffinati della modernità. C’è The Demon Song che è un capolavoro di Julian Winding, tema perfetto di una sequenza onirica dalla bellezza commovente.
C’è la superficie del dialogo. Antinaturalistico. Che evoca altre immagini e distrugge la narrazione con la sua voluta ingenuità. Tutto, parole, gesti, è al servizio dell'immagine. Dello shock.
C'è la superficie della regia. Compassata com’è compassata la recitazione. La superficie di una cinepresa statica e delicata, che accarezza i corpi senza mai violentarli. C’è già troppo di Refn nella messinscena perché debba essere intrusivo anche con i movimenti di macchina.
C’è la superficie del neon, giunto ormai alla sua massima astrazione, con Refn che dichiara definitivamente il suo paradigma visivo, la sua idea di cinema, sempre più eterea, sempre più divina.
C’è, infine, la superficie globale che è il mondo dello spettacolo, il mondo di Los Angeles e il mondo di Hollywood. La superficie del sistema che è anche la superficie di Cannes e di parte della critica cinematografica. Quella superficie moralista e perbenista che fagocita l’occhio del cinema. E percepisce il proprio ventre come violato ad ogni film del regista danese. E allora lo vomita, lo rifiuta. Dice di tenersi lontani da Refn perché la bellezza è altro. E la bellezza è l'unica cosa.
Se non riusciamo a fagocitarlo, vomitiamolo. Come farebbe Hollywood.
Una piramide. Un occhio.
Avete bisogno di altro?

Leave a reply

*