“Torneranno i prati”

Raramente capita di rimanere folgorati da un film: questo è il caso dell’ultima opera di Ermanno Olmi, colui che, insieme ai fratelli Paolo e Vittorio Taviani, è rimasto a rendere testimonianza di quanto sia stato immenso il nostro cinema. Persino il termine “capolavoro” - spesso abusato dalla critica in occasione di produzioni molto meno riuscite - appare limitato!

Il racconto copre un arco di poche ore all’interno di un avamposto italiano sulle Alpi del Nord-Est. L’anno è il 1917: la vita in trincea si svolge apparentemente uguale ai giorni precedenti, con il tempo scandito dalla quotidianità militare (le vedette, gli ordini, le missioni, l’attesa interminabile del nemico, la distribuzione del rancio, l’arrivo della posta), fino a quando giunge improvviso l’attacco austriaco dalle tragiche conseguenze. Così, il paesaggio mozzafiato e silenzioso si contrappone di continuo ai volti provati ed allo squallore della trincea; la montagna quieta, innevata, terra di vita per la flora e la fauna, si trasforma in un luogo di morte per gli uomini. L’eccezionalità di questa pellicola non consiste nel mostrare la ferocia della guerra, ma nel farla percepire allo spettatore attraverso la tensione, il logorìo, il terrore di tutti i militari, indipendentemente dal grado e dalla provenienza: giovani provati nel fisico e nella psicologia, lontani migliaia di chilometri dalle loro case. Soldati per lo più analfabeti, che non conoscono la lingua italiana, che parlano solo in dialetto, che vivono in condizioni disagevoli a pochi metri di distanza dall’avamposto austriaco invisibile, perché anch’esso ricoperto da metri e metri di neve. La presenza del nemico, però, si sente e si avverte senza possibilità di errore, anche se non compare mai. E l’immedesimazione risulta così efficace da far avvertire davvero tensione durante il bombardamento con i mortai. Lo stile realistico della regia non lascia scappare alcun particolare e la crudezza non è dovuta a quello che si vede sul grande schermo, ma a quanto provato da un punto di vista emotivo: la mancanza del ricorso al sangue, infatti, è una scelta precisa che rende il racconto quasi documentaristico e non banale. L’utilizzo di un bianco e nero particolari, di cui è autore Fabio Olmi, in qualità di direttore della fotografia, risulta talmente riuscito da non creare distacco tra il film stesso e le immagini reali che appaiono sul finire. Toccanti le poche parole che ogni soldato rivolge proprio allo spettatore guardando nella macchina da presa: il loro scopo, infatti, è sensibilizzare l’uomo di oggi a mantenere viva la memoria di quanti si sono sacrificati, affinché ogni forma di guerra vada a scomparire in modo definitivo. Perfetto tutto il cast! La menzione finale è per Alessandro Sperduti, perfetto nei panni del giovane Tenente che, dopo poche ore, capisce di essere entrato in un gioco inutile e più grande di lui.

Consigliato a: chi lo ha perso in occasione della prima uscita sei mesi fa e vuole provare un’emozione autentica restando comodamente seduto in un cinema. Voto: 9.

Leave a reply

*