Il Totem del Lupo

Quando Jean venne a prendermi a Gatineau la sua famiglia era in vacanza a New York. Lo avevo contattato tramite il sito dei wwoofers canadesi perché non potevo sopportare l'idea di starmene per due mesi chiusa nel nostro appartamento di Montreal mentre Masa lavorava, dopo che il mio permesso di lavoro era scaduto e io avevo dovuto lasciare a malincuore il mio posto di receptionist e assistant manager all'hotel che mi aveva assunta.

All'inizio, in macchina e poi nella sua enorme fattoria nel Pontiac, Jean ed io avevamo affrontato argomenti piuttosto innocui, come il suo spaesamento di francese emigrato in una nazione che da sola era molto più grande dell'Europa intera o i suoi esilaranti viaggi nella Guyana francese, quando abitava nella giungla ed era circondato da pazzi, assassini e prostitute brasiliane e si faceva chiamare sciamano.

Ma presto, con quell'acuta e inspiegabile sensibilità che hanno solo gli esseri umani, Jean aveva capito che a me poteva raccontare proprio tutto. E iniziò a lamentarsi della sua monotona e insopportabile vita coniugale, a parlarmi del gruppo sado-maso segreto di cui faceva parte da anni e con cui organizzava orge di una complessità narrativa quasi artistica. Mi parlò anche di un'amante ventenne che aveva portato in casa pochi mesi prima e che sua moglie aveva cacciato perché si vantava di rubare nel ristorante in cui lavorava davanti ai figli adolescenti. Io lo ascoltavo con una curiosità muta e innocente, mentre nutrivo gli animali della sua fattoria e raccoglievo le verdure del suo orto e mentre passeggiavamo insieme per i boschi del Pontiac cercando funghi e impronte di lupo fresche.

Dopo due giorni conobbi anche sua moglie e i suoi figli. La moglie, Marion, manteneva da sola tutta la famiglia con un impiego d'ufficio che la annoiava a morte, e quando tornava a casa si dedicava totalmente alla pittura e alla musica, per cui aveva un notevole talento. Con me era dolce e socievole, e passavamo molto tempo insieme. Mi mostrò i diari di viaggio di Jean che aveva illustrato a mano quando, anni prima, avevano attraversato la Guyana francese in canoa insieme.

Andavamo sempre nel grande tipi che avevano montato nei campi, di notte, ad ascoltare i lupi e i coyote. A me piaceva tanto l'ululato del lupo perché lo trovavo cupo, misterioso e sublime. Un pomeriggio nel bosco mi sembrò di vedere un lupo nero che fuggiva, e quando glielo dissi Jean decise che era il Totem del Lupo che mi si rivelava, perché nella sua vita di sciamano nella Guyana francese aveva imparato a credere nel potere dei Totem e nelle loro manifestazioni. Marion e i due figli assecondavano volentieri la sua convinzione di essere uno sciamano e la sua credenza nei Totem, e così facevamo io e i loro occasionali ospiti e vicini di casa.

Spesso accendevamo un falò davanti al tipi, e mentre bevevamo insieme vino francese, Jean si divertiva a ululare alle stelle e si rallegrava quando qualche lupo, da lontano, gli rispondeva. Per lui, che di giorno mi descriveva dettagliatamente le orge extraconiugali a cui partecipava e mi invitava implicitamente ad accompagnarlo, la notte aveva una personalità magica e religiosa, che lo faceva sentire in pace con la natura.

Un giorno mi portò a una festa in una riserva di indiani poco lontana e mi comprò un amuleto con un lupo dipinto sopra. Durante le danze alcune famiglie locali piansero, senza mai smettere di ballare, e Jean mi disse che molte bambine indiane sparivano misteriosamente e che la polizia canadese era impotente al riguardo, in quanto le era vietato l'ingresso nelle riserve. Nei confronti degli indiani nutriva un rispetto quasi reverenziale. Quella sera inscenò una cerimonia davanti a tutta la famiglia e pretese un silenzio assoluto mentre gesticolava con lugubre serietà e con le mani intrise di fumo, danzando intorno ai presenti.

Dopo un mese gli dissi che sarei tornata a Montreal. Cercò di convincermi a scappare con lui, in un suo vecchio camper che avrebbe presto riparato per l'occasione. Voleva tornare a viaggiare. Voleva viaggare fino all'Alaska senza un soldo in tasca e farsi ospitare da persone a caso in cambio di danze, musica e cerimonie indiane. "E' tempo che l'Orso lasci mamma Orsa e gli Orsetti e si unisca al Lupo", mi scrisse in una lunghissima lettera piena di metafore, perché lui era convinto di essere nato sotto la protezione del Totem dell'Orso. Rifiutai prima con garbo e poi con sempre maggior fermezza, perché l'insistenza di Jean aveva assunto un tono disperato e quasi aggressivo. Jean mi lasciò partire di malavoglia e io non ne feci mai parola con sua moglie o con i suoi figli, che comunque, sicuramente, sapevano già molto e lo tolleravano.

Quando l'auto dei vicini, che mi diedero un passaggio fino a Montreal, si allontanò dalla fattoria, Jean emise un lungo ululato di addio, straziante e solitario. Per un istante ci sembrò di sentire un'eco di lupi in lontananza che gli rispondevano, ma poi ci accorgemmo con una punta di delusione che si trattava solamente di due vecchi cani infastiditi.

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