Tre pazzi e un cane

Avevo appena compiuto trent'anni e da mesi ero ossessionata dal mio volto. Nello specchio della mia stanza di Cracovia, avvolta in una luce fioca e discreta, circondata da pareti di un arancione pastello e da pile di libri impolverati, osservavo le pieghe del mio volto, preoccupata all'idea di scorgervi un indizio di pazzia. Temevo che, a poco a poco, col passare del tempo, i miei pensieri avrebbero tracciato solchi indelebili sulla mia pelle, e che chiunque avrebbe potuto leggervi i segreti che tentavo di tenere relegati in quel cubo di cemento in cui amavo passare, in perfetta solitudine, ogni sera della mia vita in Polonia. Avevo paura che i miei occhi si sarebbero fatti pungenti e insopportabili, e che nuove rughe avrebbero svelato a tutti l'insanità e la sofferenza dei miei dialoghi interiori.

Dopo il lavoro, quando in strada faceva tanto freddo e non passava quasi nessuno, mi piaceva fumare una sigaretta accanto all'uscio del condominio in cui abitavo, mimetizzata in un angolo d'ombra. Non parlavo con nessuno e nessuno mi parlava. Condividevo l'appartamento con un giovane polacco misantropo e aggressivo, che un mio amante aveva scherzosamente soprannominato Attila pur non avendolo mai visto, perché quando si aggirava per la casa l'eco dei suoi pesanti scarponi risuonava nella mia stanza, intorpidendo la tranquillità dei suoi contorni pastello e terrorizzando i miei rari ospiti. Nella sua camera teneva una spranga di ferro, che afferrava ogni volta che suonava il campanello.

Una sera, mentre fumavo, una signora anziana che vedevo ogni tanto passeggiare per il vicinato mi si avvicinò. Aveva un volto magro, su cui gli occhi, di un verde opaco e bollente, si imponevano con una violenza egomaniacale. I suoi capelli corti erano tinti di un assurdo arancione sgargiante, che la facevano somigliare ad uno stoppino rinsecchito che si consuma sotto la sua fiamma. Era in compagnia di un cane gigantesco, che si trascinava con una passività stanca e infinita.

La donna mi chiese l'accendino e quando le risposi nel mio polacco incerto notò subito il mio accento straniero. Mi fece poche domande, di cui forse non ascoltò neanche le risposte, e poi iniziò un lungo monologo in polacco, di cui non capivo tutto, ma che a tratti doveva essere molto divertente, perché lei rideva fino alle lacrime, e a tratti di una tristezza atroce, perché da lacrime di gioia passava a strazianti gemiti di dolore. Quando piangeva il cane alzava faticosamente la sua enorme testa bruna e ululava, come ad accompagnare con il suo verso grave e triste la disperazione della sua padrona. Era una scena tragicomica, in cui non si capiva se era più pazza la donna o il suo cane. Riuscii a capire che parlava di una bambina morta sotto un autobus, di autisti criminali, di passanti indifferenti, e del fatto che in Polonia si lasciavano morire tanti bambini, e che non era giusto. Mostrai compassione, la abbracciai, poi con la scusa di un impegno mi ritirai nella mia stanza.

Qualche giorno dopo, quando Attila non c'era, la donna si presentò alla porta del mio appartamento insieme al grosso cane, che si era scosso dalla sua passività e guaiva ostinatamente perché sentiva l'odore dei chili di carne congelata di Attila. "Il cane mi ha portato qua, lui sapeva che tu abiti qua, lui sa tutto", disse la donna. Voleva entrare con la forza nel mio appartamento, bere vodka con me e piangere insieme a me sui bambini morti della Polonia, con in mano la foto sgualcita di una donna sui trent'anni, che poteva essere lei tanti anni prima o forse sua figlia, e una bambina piccola che sorrideva in un modo inquietantemente troppo adulto per la sua età. Intuii che quella doveva essere la bambina morta sotto l'autobus di cui mi parlava. Le risposi con gentilezza ma mi barricai in casa. Quando andò a comprare la vodka per ubriacarci spensi le luci e finsi di non esserci, perché nei tratti di quella donna avevo riconosciuto i sintomi che temevo di scorgere sul mio viso, quando mi guardavo allo specchio della mia stanza.

La donna e il cane tornavano quasi tutti i giorni. Dovetti spiegare ad Attila che c'era una signora con un grosso cane che mi cercava e gli chiesi di non aprirle. Attila, che si aggrappava ad ogni pretesto per aggredire il mondo, inaugurò una furiosa ricerca della donna col cane, a cui voleva vomitare addosso l'odio instancabile che nutriva nei confronti degli esseri umani, soprattutto se più fragili di lui. Si informò presso i vicini e scoprì con una gioia sadica e maligna che la donna era una vecchia pazza alcolizzata, che suo marito era un vecchio pazzo alcolizzato, che forse anche il cane era un vecchio pazzo alcolizzato, e che passavano il tempo abbaiandosi e picchiandosi a vicenda. Una volta sentii Attila e la vecchia lanciarsi feroci insulti attraverso la porta, accusandosi a vicenda di essere psicolabili. Per una sola e unica volta mi sembrò che entrambi stessero dicendo qualcosa di molto appropriato.

Quando la vecchia smise di presentarsi alla nostra porta avevo già deciso di lasciare il mio lavoro e la Polonia, e Attila mi impose di andarmene di casa, perché non sopportava il profumo del mio detergente e la tonalità fioca della luce che filtrava della mia stanza. Un mio collega di lavoro si offrì di ospitarmi per le ultime tre settimane e accettai con sollievo l'idea di convivere con quell'olandese lievemente autistico, assente e docile. Mi ubriacai follemente l'ultima notte che passai da Attila, poi, prima di uscire per l'ultima volta, mi tolsi la soddisfazione di sputare e versare aceto e sale in quasi tutte le sue vivande. Nonostante il costante timore di incontrare la donna col cane o Attila per le strade di Cracovia, quelle furono tre settimane sorprendentemente rilassanti.

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