Un amore da cartolina

Il calore intenso del pomeriggio ci dà l'impressione che le strade di Melaka siano appiccicose come gli abiti che indossiamo, e che come i nostri vestiti ci si attacchino alla pelle. Persino l'aria ha una consistenza fastidiosa e opprimente, come un corpo invisibile che si lascia cadere su di noi a peso morto.

L'ostello appare in fondo alla strada come un miraggio tremolante, un rettangolo marrone appiccicato a sua volta all'asfalto bollente. La donna che ci accoglie è piccola e rotonda, si muove sui suoi agili piedini come se ballasse. Tutto in lei è armonico e ben disegnato, dal suo viso semplice e sano alle graziose pieghe delle sue mani brune. "Io sono Marjan", sorride, come se ci conoscesse da sempre e stesse aspettando proprio noi.

La calura malese è talmente insopportabile che il mio amico coreano ed io passiamo molto tempo in ostello, in una spaziosa sala arieggiata, mentre Marjan si occupa delle pulizie e chiacchiera. E' indonesiana, ma è emigrata dall'isola di Giava perché le condizioni di lavoro qui in Malesia sono migliori. Poi ha sposato un uomo di Melaka che le ha trovato questo posto, nell'ostello di un suo amico. "Non posso permettermi di non lavorare, ma così anche mio marito è contento, perché lavoro in un ambiente protetto, che lui conosce. Se volete, stasera ve lo presento".

Il marito di Marjan deve avere almeno una decina di anni più di lei, che ha da poco passato la trentina. E' metà malese e metà cinese. Ha un viso esotico, interessante, con due occhi dal taglio decisamente poco comune, molto tondi al centro ma allungati alle estremità, eppure non lo definirei bello. Ha qualcosa di sciatto e mediocre che mi ispira una certa indifferenza. Marjan, così loquace e sorridente con noi, diventa immediatamente silenziosa quando arriva suo marito. "Portaci il té", le ordina lui senza guardarla in faccia. Marjan esegue. Suo marito mostra subito interesse nei nostri confronti e vuole fare conversazione. Discorriamo piacevolmente di politica e di economia, mentre Marjan tace. Parliamo anche di Sandokan, che nessuno di loro ha mai sentito nominare.

Un giorno, mentre sono sola, Marjan si siede accanto a me e mi porge una cartolina che ritrae un bellissimo paesaggio nordeuropeo. I suoi occhi sono liquidi e caldi, ma lei non smette di sorridere. "Tengo molto a questa cartolina", mi dice, invitandomi a prenderla. "Mi è stata regalata da un uomo che ho amato molto, un giornalista inglese che è stato ospite in questo ostello per molto tempo. Stava facendo un reportage sui paesi del Sud Est Asiatico". I suoi occhi si riempiono di lacrime, la sua voce comincia a vacillare, e forse per controbilanciare la serietà della situazione scoppia a ridere. "Ma io ero già sposata. E' successo l'anno scorso. Lui conosceva bene il mio paese natale, era persino disposto a convertirsi all'Islam per me, ma sai, io ero già sposata. Non si poteva". Marjan scuote la testa, e i suoi voluminosi capelli neri sembrano tintinnare insieme alla sua risata. "Ero molto innamorata di lui, e lui di me. Voleva portarmi via con lui, e io lo volevo, certamente lo volevo, ma avevo già mio marito". Per un attimo assume un'espressione cupa, che la fa somigliare ad una bambina imbronciata. "Il mio capo, il vecchio cinese che hai visto prima, si è insospettito e ha informato mio marito. Gli ha detto che dormivo con lui, ma questo non è vero. Mio marito mi ha buttato in aria la stanza e ha stracciato tutte le lettere che l'inglese mi aveva scritto. Non è violento mio marito, ma quella volta mi ha dato uno schiaffo. Però questa cartolina non l'ha trovata. E' l'unica cosa che mi è rimasta di lui, per questo è così preziosa per me. Non vorrei che la distruggesse". Indica il mio zaino. "Preferisco che la porti via con te. Mi fido di te. Per favore, conservala sempre con cura, a casa tua, nel tuo paese, in un posto sicuro. Perché è la cosa più importante che ho, e se mio marito la vede, potrebbe farla a pezzi". Metto la cartolina in un libro, che ripongo con cura nel mio zaino. Devo avere un'aria affranta, perché Marjan mi dà una pacca sulla spalla e ride. "Non hai più contatti con il giornalista inglese?", le chiedo. Marjan fa cenno di no con la testa. "Avevo il suo indirizzo email, ma mio marito ha buttato anche quello. E io non ho un indirizzo email mio, quindi non possiamo più sentirci. Non lo faranno mai più entrare in questo ostello. Non lo rivedrò mai più".

Marjan si alza dalla sedia e riprende il suo lavoro, canticchiando. Vista di spalle sembra una bambina che danza, e capisco benissimo il sentimento di tenerezza e di amore che deve aver suscitato in quell'uomo straniero. "Grazie Marjan, terrò questa cartolina come se fosse mia", le prometto. Lei si gira e mi sorride. "Grazie a te".

Quando lasciamo Melaka, sia Marjan che suo marito escono dall'ostello per salutarci un'ultima volta. Mentre ci allontaniamo con i gli zaini in spalla, le loro due piccole sagome che gesticolano verso di noi sembrano sempre più vicine l'una all'altra e sempre più uguali. Da lontano, si direbbe che sono davvero una coppia ideale.

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