Un amore migrante attraverso le porte del desiderio

“In una città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiù in pace” due giovani, Nadia e Saeed, si incontrano e piano si innamorano. In contrasto con i tempi scanditi dalla guerra civile, si scoprono vicini mentre una linea sottile ma insidiosa divide il paese. Lui è fedele ad una religiosità capace, nei gesti miti di una ritualità quotidiana, di dare senso ad una realtà violenta che fa crollare ogni riferimento. Lei non lo è, ma indossa un vestito lungo e nero che le copre il capo e il corpo  per rendere la propria vita più facile, allontanando la curiosità viziata di quelli che incontra. Si narra, però, che esistano porte misteriose che conducono dall’altra parte del mondo, verso una nuova speranza. Le porte non sono per tutti, ma solo per chi ha la fortuna di trovarle, o per chi ha i soldi per comprarne la soglia. E sempre più velocemente le persone vi passano, inondando quei paesi di voci e colori inaspettati. Nadia è costretta a lasciare la sua conquistata indipendenza di un piccolo appartamento dove aspettava Saeed travestito da vecchia signora per non attirare gli sguardi dei curiosi. Saeed lascia suo padre, che rimane solo nella casa dove tutto può avere ancora un senso almeno nel ricordo, dopo che la guerra ha portato via sua madre.

La prima porta che attraversano li conduce in una terra che sarà per loro soltanto di transito, la Grecia, dove familiarizzare con il mondo precario degli accampamenti, intorno le guardie e gli abitanti che guardano con sospetto i nuovi arrivati, e possono anche fare paura quando ti seguono nella notte piena di stelle e priva di luci. Oppure sono disposti ad aiutarti, fino a mostrarti come la distanza dei luoghi di origine può non significare più nulla di fronte all’attrazione di un amore fino ad allora sconosciuto. È così che scovano una seconda porta, ritrovandosi in uno dei grandi centri di questo nuovo mondo, Londra, in cui l’emergenza dei rifugiati si è fatta costante, e dove la polarizzazione sociale fa scoprire ai due ragazzi la forza e i pericoli del ritrovarsi insieme ai molti come loro, e di un primo scomposto reagire. Ora lavorano alla costruzione di una grande cintura periferica di case, che accerchia il centro ma il cui vivere rimane marginale. Potrebbero fermarsi ma decidono il contrario, quando sentono la loro forza vitale farsi fioca nella routine di una sopravvivenza, il loro amore intorpidito stringerli in un letto troppo stretto, attorno una città che forse non li vorrà mai. Un’altra porta li conduce in un luogo diverso, sulla West Coast americana, il centro cittadino si può solo guardare da lontano, ma si confonde nel panorama che si apre dinnanzi con un respiro di bellezza. Qui in mezzo a tanti come loro la vita è di quella semplicità frugale da cui ripartire, e tanti come loro l’hanno già fatto, negli anni e attraverso le generazioni, sovrapponendo nativi recenti e lontani, sfumandone colori e linguaggi. Guardare d’innanzi a sé torna possibile, e vedere il futuro tornare ad avvicinarsi.

È un libro di cui c’era gran bisogno, l’ultimo di Mohsin Hamid, uscito quest’anno per Einaudi col titolo di Exit West  (pp. 152, 17,5€). In questi tempi di amori nostalgici per piccole patrie, avvelenati dai particolarismi delle proprie chimeriche identità, ci ricorda che il vero amore è libertà sconfinata. L’autore, di cui questo è il terzo romanzo tradotto in italiano, è nato a Lahore, in Pakistan, ed è vissuto negli Stati Uniti e poi a Londra, seguendo un percorso che ha certamente ispirato quello dei due protagonisti.

Originato da una scrittura leggera, mai sentimentalista, così distante dai toni scandalistici a cui ci hanno abituato i media, il racconto, innanzitutto con il suo stile – che nei passaggi più duri, per la sua leggerezza, può apparire straniante – è in grado di far saltare la retorica che vuole i migranti solo vittime o colpevoli. Restituendone invece il primato di soggetti desideranti, che si muovono in un mondo in continua e rapida trasformazione. È infatti per prima cosa un racconto sul mutamento, questo Exit West, al cui centro vi è l’amore fra due giovani quale metafora delle vicissitudini del mondo, amore che nonostante i pericoli di chiusura su se stesso – come fanno alcune città di fronte all’invasione di gente straniera – contiene però i germogli dell’apertura e del rispetto per l’altro da sé, riconoscendo e accettando la libertà del suo mutare indipendente.

Esortandoci a guardare ai percorsi di vita e all’intreccio dei differenti destini, piuttosto che concentrarci sulle differenti origini, la migrazione si mostra nel testo come il fenomeno eccellente per svelare e quindi comprendere la finzione dell’identità culturale e personale quale “dato di fatto” che ci portiamo dentro dalla nascita, e il suo opposto nutrirsi dell’incontro con l’alterità.

Ad interrompere brevemente lo scorrere fluido del viaggio di Nadia e Saeed, compaiono qua e là fra le pagine i frammenti di altre vite migranti, di altre porte scoperte e attraversate. Sembra dirci, anche se proprio non ce n’era bisogno, di non provare in alcun modo a ridurre la loro storia ad un amore solitario, perché il loro è il destino di tutti. Come ricorda un’anziana signora che aveva sempre abitato nella zona di Palo Alto, “tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, e non possiamo evitarlo, perché siamo tutti emigranti attraverso il tempo”.

Le “porte misteriose” capaci di far viaggiare nello spazio, ingrediente di fantasia aggiunto dall’autore ad una narrazione del tutto realistica, se può apparire perfino banale nella sua immediatezza, è però in grado di ricordare la forza della fantasia quale strumento capace di scardinare il presente, di scuotere l’apparente irrimediabilità con cui è vissuto. È un invito a fare, ciascuno di noi che leggiamo, lo stesso esperimento: guardiamoci intorno e proviamo a cambiare anche solo una piccola cosa, ad inserire un elemento imprevisto nell’ordine delle cose, e vedremo la macchina ben oliata che spinge noi e un’ordinata moltitudine di persone lungo i binari degli impegni quotidiani, delle carriere lavorative e delle passioni a cui ci siamo per forza di noia appassionati, andare in tilt, gli ingranaggi saltare. Saremo dapprima sgomenti, forse impauriti, ma solo allora ci renderemo conto delle infinite possibilità di un futuro che non è causa del presente, ma sempre il suo superamento.

Questo libro è allora un invito a immaginare, senza più smettere di farlo, come dovrà essere il domani. Cosa vorremmo trovare dall’altra parte, una volta oltrepassata la nostra porta misteriosa?

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