Un cavallo scappò dal nido del cuculo

Dr. John Spivey: “Lei pensa che la sua mente abbia qualcosa che non va?” - Randle Patrick McMurphy: “No signore, è una meravigliosa stupenda macchina della scienza”.
McMurphy, interpretato da Jack Nicholson, è il protagonista della straordinaria opera cinematografica, One Flew Over the Cuckoo’s Nest, tradotto in Italia Qualcuno volò sul nido del cuculo. Con l’espressione “nido del cuculo” ci si riferiva, nel gergo americano, al manicomio. Ed è infatti il disagio che i pazienti provano all’interno di una struttura d’igiene mentale il tema principale del film. Una questione ampiamente discussa anche nel nostro paese negli stessi anni in cui il film usciva nelle sale cinematografiche statunitensi e mondiali. Tanto che pochi anni dopo, nel 1978, un’importante riforma sancì la definitiva chiusura dei manicomi. Promotore ed artefice della riforma (che porta il suo nome) fu uno psichiatra e neurologo italiano, Franco Basaglia, il “McMurphy italiano”. L’accostamento tra i due personaggi potrebbe apparire inopportuno, in particolar modo se si considera che Basaglia viene riconosciuto come il più grande riformatore della disciplina psichiatrica in Italia, mentre l’altro non rappresenta che il personaggio di un romanzo di Ken Kesey, da cui il film è tratto. Ma, indagando sulle peculiarità del pensiero e sulle opere del dottor Basaglia, non si potrà fare a meno di riscontrare alcune rilevanti similitudini con il comportamento tenuto all’interno dell’istituto psichiatrico da McMurphy, un ciarlatano che si finge pazzo per evitare il carcere.
Denominatore comune dei due personaggi risulta essere la ribellione, intesa come rinnovamento nel modo di approcciarsi alla psicopatologia. Ribelle si dimostrò un giovane Basaglia quando ottenne, nel 1958, la libera docenza in psichiatria. Le sue idee innovative riguardo la trattazione dei pazienti all’interno degli ospedali psichiatrici vennero fin da subito condannate, ragion per cui rinunciò alla carriera universitaria per andare a mettere in pratica le sue convinzioni sul campo, all’interno dei manicomi.
Il modus operandi all’interno degli istituti psichiatrici italiani va compreso considerando il contesto storico - sociale in cui prese forma tale istituzione. Il manicomio nacque come una delle nuove istituzioni, sorte nel Settecento, utili alla repressione del pauperismo e dei comportamenti devianti, concetti spesso confusi e sovrapposti. Il manicomio, in tale ottica, fungeva, e avrebbe continuato fino a buona parte del Novecento a fungere, da contenitore per isolare i folli. La società inoltre incaricò una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. All’interno di tali luoghi di internamento venne consumata ogni tipo di tortura nei confronti dei degenti. L’invenzione dell’elettroshock, negli anni Trenta del XX secolo ad opera di due neurologi italiani, rese poi la terapia dei pazienti ancora più disumanizzante.
Basaglia non negava l’esistenza della malattia mentale, tuttavia poneva l’attenzione sull’individuo e sugli innegabili diritti che i pazienti avevano come uomini, ritenendo dunque che la malattia non andasse curata attraverso un insieme di imposizioni. Concetto condiviso e messo in pratica da McMurphy quando si improvvisa radiocronista di un’immaginaria partita di baseball coinvolgendo ed incitando i degenti a prendere parte alla pantomima, poiché gli era stata negata la visione della stessa da parte della caposala, Mrs. Ratched. La visione di una partita di baseball non rientrava nella terapia di recupero, tuttavia rappresentava simbolicamente una necessità dell’uomo. Necessità, che come le responsabilità, sono di primaria importanza nel riconoscimento della persona in quanto tale. Fu al manicomio di Trieste, di cui divenne direttore nel 1971, che Basaglia cominciò ad attuare tali teorie, creando spazi (corsi teatrali e di pittura, nonché una cooperativa di lavoro) all’interno dei quali i pazienti avevano l’opportunità ed il diritto di affermarsi come uomini, prima che come malati. Fu in questo periodo inoltre che egli realizzò l’importanza del superamento del sistema manicomiale per liberare i pazienti dal nido del cuculo che, tenendoli di fatto prigionieri, amplificava la loro condizione di malati mentali.
Così, mentre McMurphy organizza una “scappatella” in barca con la missione di riportare gli altri pazienti ad assaporare la vita fuori dall’istituto, Basaglia organizzò un’ altrettanto scenica evasione dal manicomio. Fece costruire all’interno del manicomio un cavallo azzurro di legno e cartapesta, che chiamò Marco Cavallo (in onore del cavallo in carne ed ossa che all’interno del manicomio trasportava biancheria). Il 25 febbraio 1973 abbatté il muro di cinta dell’ospedale psichiatrico permettendo così l’uscita del cavallo azzurro, seguito da seicento pazienti dell’ospedale che in corteo sfilarono per vie della città.
Il corteo di Marco Cavallo, demolendo materialmente la parete dell’ospedale psichiatrico, fece anche cadere simbolicamente quelle barriere che avevano reso per oltre due secoli il pazzo una figura marginale, personificazione della malattia stessa. In tal modo McMurphy e Basaglia fecero della libertà la miglior forma di terapia possibile.
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