Io sono un cittadino canadese!

Il dormitorio era invaso quasi per metà da pile di vecchi giornali accatastati. Li fissai per un attimo, sbalordita. "Sono di un vecchio barbone pazzo che vive qui in ostello", spiegò un ragazzo notando il mio sguardo. "Colleziona giornali. Non li legge, li raccoglie e li accumula e basta. Guai a toccarglieli, diventa una iena".

Nel salotto dell'ostello incontrai il collezionista di giornali: un barbuto vecchietto malvestito e maleodorante sui sessantacinque anni che monopolizzava il computer comune scaricando foto di donne nude mentre mangiava un kebab. Alcuni ragazzi erano seduti ad un tavolo. Il vecchio ogni tanto si girava verso di loro e li insultava: "Figli di puttana, buoni a nulla!", sbraitava. "Stronzi! Tornatevene da dove siete venuti! Chi sfotte il Canada, sfotte me! Cosa cazzo siete venuti a fare qua a Toronto se sfottete il Canada?". Nessuno fiatava. "Non abbiamo sfottuto il Canada..", azzardò dopo un po' un giovane colombiano. Il vecchio lo fissò con odio: "Tu tornatene in Colombia, brutto clandestino pezzo di merda! Buco del culo dell'America, ecco cosa siete voi maledetti latinos!". Il giovane lo ignorò. "E' completamente matto", mi sussurrò. "Ma non farci caso, non è pericoloso. Tutte le ragazze scappano via quando lo vedono, ma tu stai tranquilla, non è pericoloso". "Lo so, non è il primo pazzo che vedo", risposi.

Il vecchio mi notò e il suo viso si addolcì improvvisamente. Ero l'unica donna nei paraggi. "Oh, ma che incantevole signorina", squittì prendendomi una mano e baciandola. "Di dove sei?". "Sono italiana". "Ah, l'Italia! I cugini italiani! Io sono greco, naturalizzato canadese. Io AMO l'Italia! Italiani, popolo di artisti. Se non fossi canadese vorrei essere italiano. Ma sono canadese". Si girò verso il colombiano e il suo volto si indurì di nuovo. "E quindi chi sfotte il Canada sfotte me, hai capito bastardo? Tornatene in Colombia!". E riprese a mangiare il kebab e a guardare le donne nude.

"Adesso ha esagerato, hanno chiamato gli sbirri", sentii dire da un belga seduto al tavolo con noi. Il colombiano sospirò: "Era ora, non lo sopportavo più". "A me fa pena..", disse il belga. "Mi fa molta pena, poveraccio...".

Quando arrivarono i due corpulenti poliziotti il vecchio stava ancora mangiando kebab e guardando foto di donne nude al computer. I due uomini lo fissarono in silenzio per qualche secondo, finché il vecchio avvertì la loro presenza alle sue spalle e si girò. Rimase a bocca aperta, letteralmente, con i pezzi di carne che gli penzolavano dalle labbra e sui peli della foltissima barba. "Siete qui per me?", chiese ai poliziotti con voce improvvisamente calmissima. "Tu cosa ne dici?", rispose uno dei due. "Ci hanno detto che hai piantato casino un'altra volta". Tutti fissavano la scena in assoluto silenzio. "Posso spiegare tutto", cominciò il vecchio, lentamente. "Innanzitutto, signori, sappiate che io sono un cittadino canadese...". "Anch'io lo sono, e allora?", lo interruppe il poliziotto. "Ecco, allora lei capisce... Io sono un cittadino canadese, e questi giovanotti qua", continuò il vecchio con tono mite, "soprattutto quello là", indicò il colombiano, "sfottono il Canada, capito? Io da buon cittadino canadese non posso tollerare che questi sporchi STRANIERI vengano qua a offendere il Canada. Io voglio solo che se ne vadano a casa, deportateli, perché chi sfotte il Canada sfot...". "Basta così!", perse la pazienza il poliziotto. "Buttiamolo fuori". I due poliziotti sollevarono il vecchio con la forza e lo trascinarono verso la porta. Il kebab cadde per terra, sporcando tutto il pavimento di salsa rossa. Il vecchio non protestò, non provò nemmeno a ribellarsi. Si lasciò portare via con la docilità di un cane bastonato.

"Guardate". Il belga indicò uno schermo in reception, che mostrava le riprese della telecamera di sicurezza all'ingresso dell'ostello e sulle scale. Vedemmo apparire le due sagome robuste dei poliziotti e tra di loro il vecchietto, molle e arrendevole come uno straccio. Dopo qualche gradino i poliziotti buttarono letteralmente il vecchio dalle scale, poi se ne andarono. Vedemmo il vecchio ruzzolare per un po', e poi sparire dal campo di ripresa. "Poverino". Gli occhi del belga erano umidi. "E adesso dove andrà?", chiesi. "Fa freddo fuori". Il belga scosse la testa. "Non è un problema loro. Io ci ho provato a farlo restare, ma era ingestibile". Il colombiano assentì. "Scommetto che se torna mi darà anche la colpa di aver chiamato gli sbirri e mi ucciderà", provò a sdrammatizzare. Ma il belga non sorrise. "Mi ha detto che era un milionario", raccontò. "Che era sposato con una donna che amava moltissimo. Ma poi lei lo ha lasciato, gli ha portato via i figli, lui è andato in depressione e i suoi affari sono andati in malora. Et voilà. Pover'uomo". "Dispiace tantissimo anche a me", dissi. "La vita di quell'uomo è sicuramente terribile. Ma magari quello che ti ha detto non è vero. Ci sono persone che in buona o cattiva fede inventano un sacco di storie". "Non possiamo saperlo", rispose il belga. "Ma di sicuro è malato e i calci in culo non lo aiutano e non migliorano la vita a nessuno". Il colombiano ed io restammo in silenzio. Qualcuno era sceso a vedere se il vecchio era ancora fuori. No, era andato via. Il receptionist andò nel mio dormitorio a raccogliere tutti i giornali vecchi per buttarli nella spazzatura. Qualcuno intanto aveva già pulito la salsa rossa del kebab dalle mattonelle del pavimento.

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