Un piccolo angolo di mondo a Sarajevo

Sarajevo evoca immagini di guerra, distruzione e morte. Quando dico ai miei colleghi di lavoro e amici che ho intenzione di visitare Sarajevo mi fissano con occhi sgranati: "Ma non è pericoloso?", mi chiedono esterrefatti. "La guerra è finita un po' di anni fa", rispondo con un sorriso. "Solo che forse i media hanno dimenticato di dircelo". La gente mi guarda lo stesso con aria dubbiosa, si vede che non sono convinti.

In ogni caso, dopo aver visitato la Serbia e Montenegro, acquisto un biglietto del bus per Sarajevo. Alla frontiera tra Montenegro e la Bosnia-Erzegovina l'autista consegna i nostri passaporti a un ufficiale, che schioda il suo grasso deretano dalla sedia solo per venire a guardarmi in faccia: il passaporto di una giovane donna italiana, sola tra una trentina di bosniaci, montenegrini e serbi, gli sembra sospetto. "Italijanski?", mi chiede con un tono di scherno nella voce. "Da, tak, yes", asserisco in tre lingue diverse, non sapendo come rispondergli. Nel pullman c'è un silenzio teso. "Ok", fa lui convinto dopo un interminabile minuto di riflessione, restituendomi il passaporto.

Giungiamo a Sarajevo con un paio d'ore di ritardo, perché appena entrati in Bosnia ci troviamo con una gomma a terra e l'autista deve cambiarla sotto lo sguardo fisso e inquisitorio di trenta passegeri, me inclusa, che seguono ogni suo movimento con annoiata perseveranza, accrescendo il suo nervosismo.

Quando entro in ostello il calore del salotto comune e l'odore del tè appena servito mi fanno sentire immediatamente a mio agio. E' un ostello molto piccolo, un appartamentino con tre dormitori di appena quattro letti ciascuno, ma l'atmosfera è rilassata e amichevole. La manager dell'ostello, Lajla, mi offre una scatola di dolcissimi biscotti bosniaci e una tazza di tè speziato e fumante. "Sarai molto stanca, immagino". Mentre sorseggio il mio tè sul divano del salotto, faccio amicizia con un israeliano e un taiwanese.

A Sarajevo piove, e la pioggia si addice molto bene agli edifici grigi e ai cimiteri di guerra che visito durante le mie lunghissime camminate solitarie. E' come se la pioggia fosse un elemento essenziale di questa città. Vedo donne musulmane col velo bere caffé con donne in minigonna e capelli tinti e giovani studentesse dai jeans attillati preparare le lezioni nei cortili delle moschee. Vedo ambienti occidentali affiancati da locali turchi, sento melodie tradizionali arabe mescolarsi a canzoni pop americane. "Noi siamo molto tolleranti qui", ci dice la guida del tour gratuito a cui prendo parte, "io sono musulmano, ma il mio migliore amico è cattolico. E ho anche amici ebrei e ortodossi. Siamo un paese sfortunato, è proprio su questa strada che è iniziato il Primo Conflitto Mondiale. Ma siamo anche un paese multiculturale, che ha imparato la convivenza pacifica e la tolleranza. Soprattutto dopo l'ultima guerra". Abbasso gli occhi, ricordando le candele accese e gli epitaffi dei bambini morti durante i bombardamenti, ragazzi della mia età massacrati a sangue freddo quando ero troppo giovane per capire la morte e compiangerli.

L'ostello è una parentesi spensierata nella serietà di quella città con cui, nonostante tutto, mi sento molto in sintonia. La sera Lajla, l'israeliano, il taiwanese ed io cuciniamo e ceniamo insieme. "Ecco un esempio di come il mondo dovrebbe essere", dichiara una volta l'israeliano, "un ebreo, una musulmana, una cattolica e un buddhista che condividono un pasto in perfetta armonia". "Il mondo dovrebbe prendere esempio dagli ostelli in generale, ecco tutto", risponde il taiwanese. Layla approva con entusiasmo. "In questo angolo di mondo c'è il mondo intero, per questo amo il mio lavoro".

Quando l'israeliano ed io decidiamo di passare un po' di tempo insieme, Layla ci cede la sua stanza privata. "Basta che non date nell'occhio e che cambiate le lenzuola", sorride maliziosamente dandoci le chiavi. "Del resto, ci ho fatto stare anche mia sorella col fidanzato. Vi ho detto che la chiamo stanza bum-bum. L'unica sfigata che non fa bum-bum in quella fottuta stanza sono io", scherza. La stanza di Lajla è colorata, piena di fotografie e di graziosi oggettini quotidiani. Ovunque sono sparse scatole di dolcetti bosniaci. " E così questo è il mondo di Layla", fa l'israeliano. "Il suo piccolo angolo di casa in questo angolo di mondo che contiene il mondo intero". La descrizione è un po' astrusa, ma la trovo calzante. Per un attimo, mentre ascoltiamo la pioggia che tamburella sui vetri, cerchiamo di immaginare il mondo interiore di Layla, la sua infanzia in un paese straziato dalla guerra e infine la sua scelta di accogliere il mondo intero nella propria abitazione.

Mi dispiace molto lasciare Sarajevo e l'ostello di Layla dopo solo pochi giorni, ma come regola generale tendo a non cambiare i miei programmi una volta che li ho stabiliti. "Abbi cura di te", mi abbraccia l'israeliano per l'ultima volta alla stazione dei bus, mentre la pioggia disegna dei lunghi tagli trasparenti su tutta la città, come se volesse lavarla con una pazienza meticolosa e instancabile. Quando mi siedo nel bus osservo dalla finestra le lunghe sagome scure di Sarajevo che si materializzano nella pioggia che scorre e si dilegua, unici corpi solidi in un mondo fatto di lacrime, un mondo che si dissolve e si ricrea senza tregua. Penso a Lajla, penso ancora alla pioggia, penso al mondo che viene e che va, penso ai rumori di Sarajevo diluiti nell'acqua e al libro con le poesie di guerra che volevo acquistare al mercato, ma che poi non ho preso. L'israeliano rimane a guardarmi sotto la pioggia finché il pullman non parte. E mentre mi allontano per sempre, Sarajevo comincia a diventare un fantasma di ombre verticali in un cielo di piombo con al suo centro un minuscolo angolo colorato, perché il mondo intero ci si possa ranicchiare e riscaldare almeno per un po'.

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