Un semplice grande cantautore: Fabrizio De André

L'arrivo della bella stagione permette di poter godere delle prime serate all'aperto, concerti, birra e panini timidamente escono allo scoperto, e fanculo la prova costume. Di solito odio le tribute band, in particolare modo quelle dei cantautori, ma dato che in giro non c'è nulla, Lara mi trascina a un concertino di una delle migliaia tribute band di De Andrè. Odio la finta retorica, le etichette "È un onore per noi suonare e condividere le immense poesie di Faber" Da vomito. Lara freme insieme a tutti gli altri, i consapevoli, gli impegnati, i vegani genuflessi alla natura, i puri, i giusti di quella sinistra che non esiste più. Mi sale l'Olocausto. Bestemmio e vado a bermi la mia dose di sopportazione. "Questi sono scemi" Dick parte baldanzoso verso il palco, acchiappa il microfono del cantante: "Citando Benedetto Croce, lui diceva che fino a diciotto anni tutti scrivono poesie e che, da quest'età in poi, ci sono due categorie di persone che continuano a scrivere: i poeti e i cretini. Nel dubbio, io mi considero più semplicemente un cantautore. Fabrizio De Andrè" Il pubblico zittito da un ubriaco, si stizzisce subito dopo e il concerto riprende, anzi inizia, sotto l'aura alcolica di un vero ribelle, il mio amico Dick. Ormai è evidente il personaggio di oggi.

Fabrizio nasce a Genova il 18 febbraio del 1940 da una famiglia alto borghese. Sin dall'infanzia prevale il suo carattere estroverso, che mal digerisce l'autorità scolastica e l'educazione in generale. Scontato il periodo scolastico tra suore, preti e liceo classico, a diciotto anni va via di casa, alla ricerca di una vita più consona alla sua aspirazione libertaria. Ma è pur sempre un borghese, quindi nonostante le sue libere frequentazioni nei "salotti" della Genova nascosta del sottoproletariato, fa l'insegnante in una delle scuole private del padre. Inizia un parallelismo che lo accompagnerà per tutto il corso della vita, sia privata che artistica, quello tra borghese e uomo libero al fianco dei più deboli, col Rolex e la sua vita priva di preoccupazioni materiali. È praticamente una condanna, in quanto esposto a brutali critiche sotto i due fuochi incrociati, ai quali risponde spesso con toni provocatori. Il suo però è un lungo percorso personale, che lo porta all'introspezione, alla ricerca di una visione di giustizia più ampia, aldilà dei parametri che storicamente si frappongono in questa ricerca; nello specifico il nostro Fabrizio cavalca gli anni 60, 70, 80 e 90, evolvendosi come uomo e artista, abbracciando politica, ribellione e religione, sempre dalla parte degli oppressi, delle carogne, degli ultimi, di quelli che sostanzialmente se ne fottono della finta morale comune. Gli inizi artistici sono ovviamente nella sua città natale, con la famosa corrente genovese dei vari Gino Paoli, Luigi Tenco, nei jazz club a suonare e gozzovigliare a litri di whisky e vizi; legge molto e scopre il suo padre spirituale, il cantautore francese Georges Brassens, che in questo periodo condiziona la sua impronta artistica. Il successo tarda ad arrivare, ma nel 1967 Mina interpreta la sua "Canzone per Marinella" che gli dona il giusto successo dopo anni di gavetta. Questo è anche l'anno del presunto suicidio del suo amico fraterno Luigi Tenco e di getto compone "Preghiera in gennaio", canzone per cui ho una vera e propria adorazione. Ovviamente il suo percorso è accompagnato da vari amici artisti e musicisti, che collaborano attivamente alla costruzione dei suoi album, dai testi delle canzoni alle musiche; in questo stesso anno esce il suo primo album Volume I, seguito da Tutti morimmo a stento e Volume III nel 1968, e Nuvole Barocche nel 1969. Siamo però entrati negli anni caldi della lotta operaia, delle violente contrapposizioni politiche, della grande influenza della Democrazia Cristiana, della lotta armata delle BR, degli omicidi di Stato, del famoso Golpe Borghese. In questo clima goliardico, dopo il piccolo capolavoro "Non al denaro non all'amore né al cielo" libera trasposizione dell'Antologia di Spoon River, esce "Storia di un impiegato" massacrato praticamente da tutta la critica di tutte le fazioni politiche, ma anche da quella musicale. In questi anni conosce Dori Ghezzi e si separa dalla prima moglie dalla cui unione è nato il figlio Cristiano. Sono ormai lontane le frequentazioni con il Movimento Libertario, per il quale però continua a fare donazioni. Negli anni 70 inizia ad aprire le sue vedute musicali, grazie alle collaborazioni con De Gregori ma soprattutto con la PFM, con la quale riesce a superare definitivamente la paura del pubblico, aiutato da una sana dose di whisky. In questi anni si trasferisce in Sardegna insieme a Dori, dove verranno rapiti per quattro mesi dall'Anonima Sequestri; l'esperienza brutale gli da però modo di riflettere su diverse questioni, che prendono vita con l'album noto come "L'indiano" ma che in realtà è senza titolo. Viene accusato di approfittare del sequestro per far vendere il disco, che fa una sorta di parallelismo tra la cultura sarda e quella degli Indiani d'America, ma è semplicemente una cattiveria gratuita; basta guardare qualche intervista per capire quanto l'umanità di Fabrizio vada oltre il semplice gesto e quanto in realtà sia legato alla Sardegna, che reputa la patria della sua maturità culturale e artistica. La prima data del tour è aperta da un Fabrizio che ubriaco fradicio, imbracciando una chitarra sbiascica al microfono:"Il cobra non è una biscia ma è una cosa che piscia!". Continua ad approfondire la storia dei popoli del Mediterraneo, attraverso gli strumenti tipici costieri dei paesi che si affacciano su questo splendido mare; nasce così nel 1984 Creuza de Ma, cantato in genovese antico, che anche a Genova stessa nessuno capisce. Genio. Nel 1990 esce l'album, Nuvole, cui segue uno splendido Tour. Del 1996 è il suo ultimo album Anime Salve, inciso insieme al suo amico Ivano Fossati, il cui sodalizio dura già da molti anni. Nel 1998 un carcinoma polmonare stronca la vita di uno dei maggiori artisti italiani. La sua grandezza, per quanto mi riguarda, consiste nel riuscire a smontare luoghi comuni, bene e male, con una semplice frase, con una canzone, mettendoci di fronte alle nostre vili debolezze. Però è pur sempre un uomo, che come spesso accade, da morto risplende tipo santo sulle menti mediocri di quei finti idealisti dallo stomaco pieno.

[Attenzione: La voce narrante di chupiti d'annata è un personaggio fittizio, così come tutti gli altri personaggi che interagiscono nel breve intreccio della rubrica, tutti liberamente tratti da film cult. Gli episodi sono frutto della mia fantasia, senza alcun legame con la realtà, pertanto rilassatevi e godete di questo chupito. Se è la prima volta che vi imbattete in questa rubrica e vi appassiona la parte romanzata, vi invitiamo a seguirla dal suo primo capitolo che potete trovare qui]

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