Un siriano a Roma, Eliogabalo

[Attenzione: La voce narrante di seguito è un personaggio fittizio, così come tutti gli altri personaggi che interagiscono nel breve intreccio che segue, tutti liberamente tratti da film cult. Gli episodi sono frutto della mia fantasia, senza alcun legame con la realtà, pertanto rilassatevi e godete di questo chupito. Se è la prima volta che vi imbattete in questa rubrica, e vi appassiona la parte romanzata, vi invitiamo a seguirla dal suo primo capitolo che potete trovare qui]

Sono ancora vivo, nonostante Kenshiro, e Dick è nel suo periodo orientale, gli capita ogni tanto. Vestito con insoliti drappeggi in seta, sta tenendo un comizio nella piazzetta fuori dal bar, tra turisti curiosi e altri scoppiati come lui, sull’importanza dell’energia del sole e dell’amore universale, benedicendo i passanti col sacro calice del sangue di El-Gabal: vino rosso in cartone. E’ evidente il suo stato confusionale, anche in termini religiosi, ma incredibilmente riesce ad allontanarsi, verso mete oscure, con due giovani e belle turiste americane. Ci rimango come uno scemo, ma in realtà la sa più lunga di quanto racconta, e infatti dal fondo del suo bicchiere ha scovato un personaggio ai più sconosciuto: Eliogabalo.

Eliogabalo in realtà si chiama Vario Avito Bassano, discendente di una delle famiglie più facoltose e influenti dell’antica Roma, imparentata con imperatori e sacerdoti. Nasce nel 203 a.C. in Siria, sia fisicamente, ma anche come Imperatore; infatti, Macrino, succeduto alla guida dell’impero a Caracalla, esilia la famiglia Bassano a Emesa, in Siria, per limitare la loro influenza politica. Purtroppo per lui, però, la madre del nostro amico fa credere che in realtà è figlio illegittimo di Caracalla, compra il consenso dell’esercito e di fatto consegna il potere un ragazzino di uattordici anni, che oltre ad essere sacerdote del dio del sole El-Gabal, diventa Imperatore con il nome del suo predecessore, Marco Aurelio Antonino. E’ l’inizio del periodo più assurdo e sconvolgente della storia dell’Impero. Infatti le origini orientali di Eliogabalo si palesano nelle enormi differenze dei suoi costumi, completamente agli antipodi delle rigide tradizioni romane. Il suo avvento è rapido, appoggiato dal Senato e dall’esercito, e, dopo averlo sconfitto in battaglia, fa uccidere Macrino. Si auto proclama Imperatore senza aspettare l’ufficialità del senato, ed è solo il primo episodio di prepotenza nei confronti dell’istituzione. Ancora non si trova a Roma che già i suoi comportamenti bizzarri scuotono l’esercito, che tenta di ribellarsi, ma i disordini vengono spenti con la violenza. Giunto a Roma si attira l’antipatia del Senato favorendo le persone a lui vicine e istituendo un senato femminile. Non solo. Soverchia Giove con il suo dio prediletto, El-Gabal, di cui è sacerdote, e sposa una vestale per dare a Roma una discendenza divina. Il primo sacrilegio è servito, ma ormai si fa venerare come un dio. Ricordiamo che poco tempo prima, Caracalla ha fatto seppellire vive alcune vestali accusate di aver perso la loro verginità perché la violazione di castità è considerata portatrice di sventura per Roma. Costruisce sul Palatino un tempio dedicato al nuovo dio, e istituisce una festa in cui la pietra nera El-Gabal, simbolo del Sole e divenuta molto popolare, viene portata in giro tra la folla festante, su un carro adornato di ori e gioielli. Eliogabalo si preoccupa poco di politica, molto di religione e piaceri vari. Si sposa cinque volte, ma in realtà non disdegna i piaceri della carne in senso universale, infatti ha due amanti maschi, di cui uno lo presenta come marito, e sono frequenti feste che si concludono in orge, spesso anche violente, sotto gli occhi basiti ed indignati dei senatori. E’ praticamente il capostipite dei libertini. Non solo, ama prostituirsi a corte e nelle bettole di città, insomma, agli occhi dei senatori è un pazzo furioso.

La sua fine è vicina, quindi per imbonirsi il popolo e i poteri influenti dell’esercito e del Senato, nomina suo cugino Alessandro Cesare per assecondarlo nello svolgimento del potere politico; ben presto però il giovane cugino ottiene il consenso unanime di tutti, e diventa un peso scomodo. Tenta invano di farlo assassinare più volte, ma alla fine è lui a perire per mano della guardia pretoriana, che rifiutandosi di obbedire all’ordine di uccisione sommaria di alcuni ribelli che acclamano il cugino, si scaglia con ferocia sull’Imperatore, ponendo fine al regno più assurdo della storia romana. Il suo governo dura solo tre anni, come si dice, breve ma intenso. 

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