Una spia a Singapore

Non era stato per niente facile lasciare il mio fidanzato tedesco. Avevamo vissuto insieme in Germania per diversi mesi, poi lui era partito in mare per sei mesi perché studiava nautica mentre io ero andata da sola in Asia e in Australia. Ero via dall'Europa da più di un anno ormai e non avevo intenzione di tornare nel piccolo paesello della Germania settentrionale in cui avevamo vissuto, a continuare a insegnare italiano nelle scuole private della zona mentre lui studiava nautica e partiva in mare.

Mi aveva telefonato persino mentre ero a Singapore. La conversazione era stata lunga e dolorosa, talmente straziante che non mi ero accorta che nel frattempo un ragazzo dell'ostello aveva cominciato a fissarmi con aria maliziosa e interessata.

Mi si era avvicinato mentre commentavo la conversazione appena conclusa col mio amico coreano. "Che lingua era quella?", mi interruppe senza presentarsi. "Quale?". "La lingua che parlavi prima su Skype". "Tedesco, era tedesco. Perché?, risposi sorpresa". "Mi pare di averti sentito dire che eri italiana, prima", fece lui ficcandomi uno sguardo aguzzo negli occhi. "Sono italiana", ribattei. "E allora perché parlavi in tedesco? E adesso stai parlando in inglese. Tu non sei italiana".

Nell'ostello si era fatto un silenzio incuriosito e carico di aspettative. Alcuni ragazzi intorno a noi cominciarono a ridacchiare.

"Non è vietato parlare inglese e tedesco ai cittadini italiani", risposi bruscamente. "O non sei italiana o sei una spia", insisté il ragazzo. Dietro il suo fare indagatore aveva un'aria vagamente divertita. Pensai che stesse scherzando e decisi di stare al gioco. "Hai ragione, sono una spia. Ora devo ucciderti, però. Mi dispiace molto".

Il ragazzo spalancò gli occhi e poi scoppiò a ridere in un modo strano, astuto e malevolo. La sua espressione era obliqua. Una ragazza muta dallo sguardo vuoto lo accompagnava. Sembrava un triste e pallido contorno di carne, privo di volontà. Era arrendevole e assente come l'aria e si comportava come se non percepisse nulla. Erano una coppia molto insolita. Pensai che fossero scappati entrambi da un manicomio.

"Non mi uccidere", disse lui, e capii che parlava sul serio. "Non mi uccidere, collaboriamo". Il suo atteggiamento non era impaurito, ma lucido e pragmatico. "Dimmi per chi lavori. Eri al telefono con la Merkel, vero?", mi sussurrò quando andai a farmi un té nella cucina dell'ostello. "Non lavoro per nessuno. Ho lasciato il mio lavoro da cameriera a Sydney e ora sono qua a Singapore, come turista", gli risposi. "Cameriera in Australia, eh? Ottima copertura", osservò lui con ammirazione. "Non si direbbe nemmeno che sei una spia, sembri una ragazzina innocente. Complimenti. Lavori per il governo tedesco, vero? Quanto ti danno?"

I ragazzi intorno a noi continuavano a ridacchiare, lanciandomi occhiate complici e solidali: capii subito che lo consideravano pazzo e che si stavano divertendo un sacco a quella pubblica esibizione di follia.

"Non lavoro per nessun governo. Ho lasciato tutti i miei lavori in Australia e adesso viaggio per l'Asia con questo mio amico e non so cosa farò, e sinceramente non voglio nemmeno saperlo per il momento", spiegai, sperando che mi lasciasse in pace. Dopo la conversazione con Tobias non mi era rimasto molto senso dell'umorismo, e nemmeno un briciolo di pazienza. "Te lo dico io cosa farai: lavorerai per il governo americano. Pagano benissimo, sicuramente meglio dei tedeschi. Io sono israeliano, ma ho un amico che è amico intimo di Obama, basta una telefonata e sei ingaggiata".

Me ne andai senza rispondergli. Volevo stare da sola. Attraversai la strada per andarmene a leggere nel mio dormitorio, che si trovava in un altro edificio, ma c'erano degli indiani che si picchiavano proprio lì davanti. Tornai indietro. "Ragazzi, c'è una rissa spettacolare là fuori", avvisai gli ospiti dell'ostello. "State attenti se uscite, perché hanno occupato la strada e se le stanno suonando di santa ragione".

Il ragazzo israeliano mi guardò con una gioia incontenibile, trionfante. "E tu come fai a saperlo?", mi interrogò. "Sono uscita e li ho visti. Esci e li vedrai anche tu", risposi spazientita. "Tu sai un po' troppe cose", commentò lui. "Comunque complimenti per la copertura, davvero non si direbbe". Gli altri ospiti dell'ostello ridevano fragorosamente, ormai. Ma dal suo sguardo capii che lui era davvero, genuinamente, impressionato dalle geniali coperture che ero riuscita a inventarmi.

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