United States of Trump

Trump. Trump. Trump. Trump. Trump. No non sono impazzito. Non sto nemmeno imitando il suono prodotto da uno sfintere qualsiasi. Ho semplicemente riassunto in 34 caratteri spazi inclusi, i connotati politici del prossimo Presidente degli Stati Uniti d'America: ripetitivo, fastidioso e che ricorda vagamente il suono di un peto espulso in un barattolo.

Chi è Donald Trump?

Donald Trump nasce nel 1946 a New York. La madre, Mary Anne, immigra dalla Scozia mentre il padre, Fred Trump, è figlio di immigrati tedeschi. Il vecchio Fred, morto nel 1999, era uno dei maggiori imprenditori immobiliari di New York, conosciuto per il fatto che negasse le sue origini tedesche in modo da non mettersi in cattiva luce con inquilini e soci di origine ebraica.

A 13 anni quella peste del piccolo Donald viene iscritto all'accademia militare di New York e lì rimane fino a quando non inizia a frequentare la Fordham University prima e la University of Pennsylvania poi. In quel mitologico anno che fu il 1968, il giovane Donald si laurea in economia ed inizia a lavorare a tempo pieno nell'aziendina del papi, evitando più volte di essere arruolato per il Vietnam causa motivi di studio, difetti fisici e fortuna.

Self-made man ma coi soldi del papi

Donald Trump deve la sua fortuna al padre Fred che fin dai primi anni dell'università lo inserisce nella compagnia di famiglia. Inizialmente si occupa di trovare nuovi inquilini per le case sfitte gestite dalla società ma qualche anno dopo si sposta a Manhattan e si concentra su progetti immobiliari più grandi, arrivando ad ottenere il maggior riconoscimento a cui un immobiliarista possa aspirare: avere problemi con la giustizia ed uscirne meglio di prima.

La fortuna di Trump cresce e si sgonfia a periodi alterni ma si sviluppa principalmente grazie alla compravendita di hotel, casinò e complessi immobiliari. Negli anni 90 rischia di veder crollare il suo impero economico ma l'eredità ottenuta da papà lo salva, portando nelle sue casse circa 300 milioni di dollari.

Nel 2003 diviene conduttore del programma The Apprentice. Grazie a questa incursione nello showbiz, Donald diviene un fenomeno televisivo e riesce a brandizzare la propria immagine: sul mercato potete trovare catene di ristoranti, coffee ed energy drink, abbigliamento, profumi, giochi da tavolo e vodka, tutti targati Trump.

Le discese in campo

Dopo aver finanziato per anni le campagne elettorali di candidati repubblicani e democratici, il nostro Donald passa dall'iscriversi al Partito Repubblicano nel 1987, passa al Partito Democratico nel 2001, per poi tornare ai repubblicani nel 2009.

Accarezza l'idea di candidarsi già a partire dalla fine degli anni '80. Passa tutti gli anni '90 a finanziare sondaggi per una sua eventuale candidatura in politica ma è solo nel 2015 che Donald si candida per la prima volta alla Presidenza degli Stati Uniti col Partito Repubblicano.

Fin da subito condisce la sua retorica di facile patriottismo, vedi lo slogan di campagna "Make America great again", e rispolvera la sempre verde dottrina politica americana che vede gli States come nazione scelta da Dio.

Nel corso della campagna per le primarie repubblicane riesce a battere gli altri 15 candidati ma al tempo stesso si fa nemico l'establishment del partito che ancora, dopo che tutti gli avversari si sono ritirati, non lo supporta attivamente nella sua campagna.

Quale programma elettorale

Se andiamo ad approfondire i contenuti delle proposte politiche vediamo come queste siano solo populismo e strategie comunicative. Il vecchio Donnie, prima di poter sperare di essere eletto presidente, ha dovuto vincere le primarie repubblicane. Per fare ciò ha cercato quindi di accaparrarsi l'elettore repubblicano medio: bianco, middle-class, impoverito dalla crisi, sensibile ad argomenti come l'immigrazione e la criminalità.

Di conseguenza la sua proposta politica di punta diviene la costruzione di un muro lungo il confine col Messico al fine di bloccare l'immigrazione clandestina, il tutto accompagnato da deportazioni di massa dei latino-americani non in regola. Anche se riconosciuti esperti di settore indicano la proposta come impraticabile e troppo costosa e pure se l'immigrazione dal Messico sta diminuendo, il nostro Donnie ha continuato a deprecare l'immigrazione messicana, perdendo voti latinos ed anche qualche buon affare.

Sempre per accarezzare il pelo dell'americano medio scontento, ha deciso di basare la sua lotta al terrorismo dapprima proponendo l'espulsione di tutti i non americani di fede musulmana dagli Stati Uniti, per poi passare alla creazione di un database di musulmani americani.

Nemmeno sul lato economico il nostro Donald non ha mancato di trovare un nemico su cui puntare il dito: la Cina. Questa nei suoi discorsi è la causa principale del declino economico americano, sia in termini di PIL che di buste paga del cittadino comune, il quale si vede rubare il lavoro dai cinesi.

Quando poi si parla di innalzamento del salario minimo il nostro Donnie da il suo meglio. Tra l'Agosto del 2015 ed oggi cambia idea più e più volte, per poi tirarsi fuori dalla discussione lavandosene le mani come solo i veri presidenti sanno fare: lasciare le decisioni più difficili ai singoli stati.

Anche sui temi ambientali Donald non si smentisce: considera il riscaldamento globale come una truffa ideata dalla Cina per colpire la manifattura statunitense, mentre per quanto riguarda temi sensibili quali aborto e diritti LGBT, Donnie da una parte accarezza l'elettorato cattolico paventando punizioni per le donne che abortiscono mentre dall'altra ricorre di nuovo alla scusa "scelgano i singoli stati" per non schierarsi a favore o contro i matrimoni tra omosessuali.

Può vincere?

La sua vittoria è tutta una questione di numeri. Donnie per vincere dovrà cercare di raccogliere voti da quelle categorie che più ha additato come nemico dell'americano medio, ovvero latinos ed immigrati in generale. Se non riuscirà a convincerli a dargli il loro voto, solo una mobilitazione di massa dell'americano bianco medio potrà dargli speranza.

Ciò che potrà far vincere il nostro amato Donald sarà la sua dimostrata capacità di monopolizzare i media americani, lanciando ogni giorno nuovi proclami e proposte politiche borderline, il tutto condito da un programma elettorale vago e malleabile e senza mai dimenticare di individuare sempre e comunque un nemico, una categoria, un gruppo a cui dare la colpa dei propri problemi sociali ed economici. D'altronde il populismo si basa proprio su questo: proporre soluzioni facili da comprendere ma altrettanto facili da dimenticare.

GO, DONNIE, GO!

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