Valhalla Rising: tra Vecchio e Nuovo Testamento

Lo spartiacque di Valhalla Rising è una barca che viaggia sotto un cielo plumbeo, avvolta in una nebbia dalle tinte arancio robbia. Non ci sono stelle ad indicare il cammino per la Terra Santa nel limbo del neon – la meta dove un manipolo di vichinghi cristiani sogna di sconfiggere gli infedeli – ma solo il sangue, dell’aria e delle visioni premonitrici di un profeta cieco da un occhio, One-eye, trovato dagli uomini lungo le lande scozzesi in compagnia di un bambino simil-ventriloquo che ne traduce i pensieri. Egli, infatti, non parla, non agli uomini, in quanto il suo linguaggio non è il linguaggio dei mortali. Il ragazzino lo nutriva quando questi era schiavizzato, costretto a cimentarsi in rozzi combattimenti corpo a corpo (che puntualmente vinceva), e imprigionato all’interno di una gabbia di legno in attesa di essere liberato per i combattimenti.
One-eye ha uno sfregio, una cicatrice raccapricciante che gli impedisce la vista comune e lo differenzia da tutti gli altri suoi simili, concedendogli il dono dell’onirismo, la capacità di prevedere il futuro e le conseguenze delle azioni di chi gli sta intorno. L’occhio sano è l’Occhio della Provvidenza, il simbolo di Dio protettore dell’umanità e il protagonista è un Cristo guerriero che, proveniente dal cielo, viene fatto prigioniero da uomini corrotti sulle alture scozzesi nelle quali Valhalla Rising è ambientato e dalle quali inizia una sorta di via crucis.
One Eye compie un cammino verticale, dall’alto al basso, verso la redenzione, non solo delle sue violenze, ma di quelle dell’umanità intera. Come il padre e il figlio del romanzo Premio Pulitzer The Road di Cormac McCarthy – entrambi senza nome – che scappano dagli uomini che li vogliono ghermire, cercando rifugio su una strada post-apocalittica, così il dio/semidio e il ragazzo percorrono in lungo (dalla montagna alla pianura) e in largo (attraversando l’oceano) il loro mondo ridotto e senza punti di riferimento, perché la nuova speranza dell’uomo (il bambino) possa salvarsi e redimere un mondo barbaro e incivile, rappresentato dalle esecuzioni dei gladiatori in mano ai vichinghi politeisti e dall’ipocrisia di chi – i vichinghi cristiani – si ripropone la civilizzazione armata degli infedeli nel nome di Dio.
Il ritratto ancestrale (ma che potrebbe suggerire anche chiavi interpretative molto più legate alla contemporaneità) del rapporto tra la prepotenza dell’uomo, la natura e Dio è enunciato da Valhalla Rising nel suo incipit d’apertura, nell’alternanza tra il bianco (il divino) e il rosso (l’umano) dei brevi titoli di testa e dalla frase “All’inizio c’erano solo l’uomo e la natura, gli uomini arrivarono brandendo le croci e portarono l’odio”. La croce è una spada sguainata dal capo dei vichinghi cristiani, che egli utilizza per attrarre il favore celeste sventolandola, scuotendola, affondandola nella terra e nelle acque. La croce è violenza, e la violenza rompe l’armoniosità della natura, ovvero One eye. Una figura profetica, terra, acqua, natura e Dio. Quello collerico dell’Antico Testamento nei primi capitoli (in questo caso la traduzione italiana del titolo del segmento iniziale non viene in aiuto allo spettatore nella formulazione di una chiave di lettura, riducendo il termine Wrath, che si potrebbe più propriamente tradurre con “collera divina”, ad un semplice “collera”) in cui il desiderio di vendicare con la morte i peccati commessi dall’uomo domina le sue azioni, il Dio del Nuovo Testamento negli ultimi capitoli, in particolare quello finale, Sacrificio, in cui l’uomo-Dio dona la sua vita agli indigeni per salvare il ragazzino.
Come Cristo, One-Eye è soggetto ad un piano divino, rivelatogli nei momenti di meditazione e preghiera, che non può mutare ma solamente assecondare. Come Cristo, viene martirizzato da chi voleva proteggere, e come Cristo compie miracoli rivelatori della sua divinità ad uomini ciechi. Nei vangeli, alle nozze di Cana viene fatto risalire il primo miracolo ufficiale di Gesù, la tramutazione dell’acqua in vino, che dà il via alla predicazione. Nel passaggio dalle rocce delle montagne – la terra dell’Antico Testamento – alle acque dei fiumi – il Nuovo Testamento – che – a conferma del suo essere “transizione” – si posiziona a metà della storia, come corpo centrale del film, gli uomini attraversano l’oceano per giungere in Terra Santa, terminando invece all’Inferno, correndo lungo il tragitto il rischio di morire per disidratazione. La permanenza in mare dura più del dovuto e l’acqua potabile è terminata. A seguito di una visione notturna, e il mare che si riempie di neon, One Eye muta (o quanto meno ne predice il cambiamento) l’acqua salata in acqua dolce, salvando così i guerrieri e l’intera spedizione. Inizialmente gli uomini sono scettici, non gli credono, lo ritengono pazzo. Ma una volta accortisi della veridicità della sua visione, si strappano brutalmente la borraccia piena d’acqua di mano pur di saziare la propria sete. La speranza rinasce, gli uomini tornano a credere nell’approdo alla Terra Santa. Il traghetto non è però un traghetto celeste, bensì la barca di Caronte che trascina gli uomini all’ Ade. Una terra inesplorata in cui i vichinghi si imbatteranno accidentalmente, come Colombo cercava l’India e scoprì l’America, e che deturperanno non appena giunti in loco. Nella figura del loro capo, essi si riveleranno.
I vichinghi cristiani sono dei conquistadores senza scrupoli, pronti a fare scempio di terre che non gli appartengono e a massacrare la popolazione indigena. “Dio ci ha portato fuori dalla nebbia per un motivo. Noi dobbiamo conquistare questa terra in suo nome” dice il comandante. L’intento è quello di fondare una nuova Gerusalemme. Ma One Eye è l’unico vero profeta, ed egli invita i compagni a lasciare la terra, ad abbandonare le mire di conquista, a tornare in mare, ad allontanarsi da quello che, per mano sua o per gli indigeni, sarà il luogo della loro rovina. I suoi consigli restano inascoltati dagli uomini, che in breve tempo assumono le fattezze animalesche e i comportamenti selvaggi per i quali vorrebbero convertire le tribù indigene con la loro croce. Mentre l’uomo che li ha salvati prova a costruire un totem, un altare, un luogo di culto, gli altri si autodistruggono. Si sodomizzano nel fango, si inginocchiano davanti ad una spada, cacciano i pesci di acque non loro, e una terra apparentemente ospitale, di cui le prime immagini fornite sono tra il sole, le foreste e i riflessi del mare si fa mano a mano più grigia, sempre più simile alle montagne scozzesi.
E proprio su una montagna avverrà il sacrificio finale di One Eye, che sale su un’altura svettante sul mare, per mano il bambino – Cristo che si dirige al Golgota trascinando la croce sulle sue spalle – e si dona in pasto agli indigeni, subito dopo aver ucciso i guerrieri che richiedevano ricchezze a gran voce e aver fatto un’ ultima profezia pubblica, predicendo la morte di tutti gli “uomini di Dio”.
Salito sul un monte, prega, guarda il vuoto, e infine si concede agli aborigeni che lo aspettano alle sue spalle e che – quasi a rispettarne i poteri – gli conferiscono una morte diversa da quella inflitta agli altri vichinghi, uccisi tramite arco e frecce, senza mostrarsi, nascosti nel buio. Con una mazza chiudono una struttura circolare – uccidendo su un monte il Dio che, sempre su un monte, sterminava i suoi avversari in combattimento – e si allontanano dal bambino che porta il fuoco dell’umanità, risparmiandolo.

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