VEDI COSA SUCCEDE A PENSAR MALE DEI DROMEDARI

Claudio odia il caldo, e quando fa troppo caldo diventa sofferente e intrattabile. Lo capisco perfettamente. Eppure, ha accettato di venire con me in Marocco. "A fine settembre non sarà così terribile", aveva detto. E invece è terribile, anche se, stando a quanto ci dicono i marocchini, ad agosto sarebbe stato ancora più terribile: parlano di temperature che avevo sentito solo in Israele. Dal canto mio, anch'io odio il caldo e tendo a diventare sofferente e intrattabile. Per questo, pur amandoci molto, Claudio ed io passiamo una parte consistente del nostro tempo a litigare, e la parte rimanente a cercare di fare pace. In questa inarrestabile altalena di bellicosità e sensi di colpa, devo dire che abbiamo trovato una specie di equilibrio sentimentale.

Marrakesh è la città più difficile. I vicoli stretti della Medina, i veicoli che sfrecciano con incosciente velocità e l'insistenza dei commercianti mettono a dura prova i nostri nervi già provati dal calore spropositato. Certo ne rimaniamo incantati, soprattutto di notte, quando la temperatura cala notevolmente e la gente suona i bonghi e danza nella piazza principale, ma appena possiamo prenotiamo un'escursione nel deserto: dopo qualche giorno ne abbiamo abbastanza dell'affollamento di Marrakesh e dell'angustia bollente delle sue strade.

Né Claudio né io amiamo i tour organizzati, ma per due giorni nel deserto può andare bene: dopotutto non abbiamo un'auto né le conoscenze geografiche per orientarci nella selvaggia landa marocchina. Partiamo alle sei di mattina, in un piccolo bus pieno di portoghesi che intonano canzonette commerciali e litigano con voci stridule, facendoci quasi rimpiangere il caos della Medina di Marrakesh. Claudio ed io giuriamo che in futuro i tour verranno presi in considerazione solo in casi estremi.

I dromedari attendono con pazienza il nostro arrivo. Li osservo: ruminano mansueti e stupidi sorrisi, senza mai alterare la tranquillità inebetita delle loro espressioni. Eppure sono possenti e forti, e mi viene da pensare che se un giorno decidessero di non accontentarsi più della loro ottusa serenità potrebbero porre fine a molte esistenze umane senza troppo sforzo. Ma per ora, almeno, tutti sembrano fare affidamento sull'assenza di ambizioni di questa mandria di camelidi masticanti, e i dromedari inginocchiati sulla sabbia trasmettono un senso di tiepida sicurezza.

Un ragazzo mi indica il dromedario dal pelo chiaro che sto fissando da cinque minuti e mi fa cenno di salire. Il dromedario mi lascia fare con passiva indifferenza e si alza quando gli viene ordinato: fa leva sulle zampe posteriori, si sbilancia facendomi quasi precipitare, si raddrizza, mi regge senza alcuna fatica. La sua groppa è larga e muscolosa, somiglia ad una montagna. Claudio e un francese vengono fatti accomodare su due animali separati dal resto della carovana. C'è un uomo per i dodici dromedari del nostro gruppo e due uomini per quelli di Claudio e del francese. Mi chiedo la ragione di questo bizzarro squilibrio, e mi dò anche una ben poco rassicurante risposta, ma il mio dromedario, ondeggiando in un modo brusco e maldestro che mi fa sobbalzare sulla sua gobba, incurante della mia presenza, mi fa desistere quasi subito da pensieri che non riguardino la mia diretta incolumità.

Procediamo per circa un'ora nel deserto buio e ventoso. Le luci della strada lontana, sempre più flebili e inefficaci, disegnano a fatica i contorni della sabbia. All'improvviso i dromedari puntano gli zoccoli nella sabbia e indietreggiano spaventati. In un istante, proprio com'è iniziata, la frenesia generale si dissipa e tutti quanti, dromedari ed umani, fissano in silenzio lo spettacolo che ha causato il loro turbamento. Mentre il mio dromedario continua a masticare con irritante placidità la sua corda, sentendosi evidentemente al sicuro dietro al resto della carovana, riconosco con orrore la kefiah blu dell'uomo che sta cercando disperatamente di domare l'animale che ha provocato il trambusto di pochi attimi prima. "Claudio!", grido, ma l'imperturbabilità del deserto ingoia la mia voce. Il suo dromedario, completamente fuori controllo, sta tentando in tutti i modi di disarcionarlo per poi fuggire, o forse aggredire il dromedario del francese, con il quale ha appena scambiato una serie di inquietanti bramiti.

La scena dura un minuto, forse nemmeno. Eppure, in quell'istante allungato, dilatato, rallentato, i miei pensieri si affollano uno sull'altro, scavalcandosi a vicenda, generando un turbinante microcosmo di riflessioni: prima abbiamo litigato di nuovo e non ho nemmeno potuto chiedergli scusa, ma cos'ha questo dromedario idiota da sorridere così? Ecco cosa succede a pensar male dei dromedari. Miracolosamente, Claudio resiste finché i beduini non riescono a tranquillizzare l'animale. "Sei un uomo davvero forte", gli stringe la mano uno dei beduini quando Claudio scende dal dromedario che dopo la sfuriata si è diligentemente inginocchiato sulla sabbia, come gli hanno comandato. "Non so cosa gli è preso. Deve aver visto qualcosa". Non metto assolutamente in dubbio la prestanza fisica di Claudio, ma percepisco la volontà, da parte del beduino, di risolvere la questione nella maniera più diplomatica possibile. Del resto, Claudio è talmente sollevato al fatto di esserne uscito indenne che annuisce accondiscendente a tutto. In mano stringe ancora il manubrio di ferro che si è staccato dalla sella mentre lottava contro la furia del dromedario. "Mi sa che è vostro questo", dice al beduino. L'uomo gli dà una pacca e scoppia a ridere.

Dopo un po', Claudio si avvicina a piedi al mio dromedario. "Che cavalcata, ragazzi", commenta, ancora scosso. Annuisco. "Almeno abbiamo una bella storia da raccontare, quando torniamo", sdrammatizzo. "Dai, ti prometto che ci scriverò un articolo".

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