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Venezuela e Maduro: un rapporto difficile

Dopo gli anni d’oro del chavismo, il Venezuela del Presidente Maduro sta passando un brutto periodo. Granate sulla sede della Corte Suprema. Attivisti che occupano il parlamento e aggrediscono i deputati. Decine di proteste e più di 90 morti in pochi mesi.

Cosa sta succedendo

Nel 1999 Hugo Chavez vince le elezioni presidenziali grazie ad una forte legittimazione popolare. Combatte la povertà, promuove l’istruzione pubblica e l’azzeramento delle disuguaglianze. Il tutto viene finanziato dalle più grandi riserve petrolifere al mondo di cui il Venezuela dispone. Dopo aver nazionalizzato pozzi ed aziende di proprietà straniera, Chavez  ridistribuisce le terre e sana le ingiustizie economiche e sociali.

L’idillio però dura fino al 2013 quando Chavez, malato di cancro, muore. Il successore Maduro viene eletto senza particolari problemi ottenendo il 52% dei consensi, benché non abbia nulla a che vedere con l’approvazione popolare di cui poteva vantarsi Chavez, il quale sfiorava il 60%.

Finanziare la rivoluzione col petrolio

La vita del neo Presidente Maduro si complica però nell’istante quando, dopo anni di prezzi del petrolio favorevoli questi crollano, facendo perdere allo Stato lo strumento principale di finanziamento dell’economia. Scarsi investimenti nello sviluppo, un’economia dipendente dall'intervento statale e milioni di persone che avevano appena smesso di fare la fame grazie a Chavez. È qui che inizia il declino del rapporto tra la presidenza Maduro ed i 31 milioni di venezuelani.

L’opposizione alza la testa

Come è ovvio che sia l’opposizione politica a Maduro si rafforza e vede in questa crisi una possibilità nel far cambiare rotta alle politiche socialiste degli ultimi anni. Un inflazione all’800% ed un salto del numero dei venezuelani in stato di povertà, dal 34% dei tempi di Chavez all’82% con Maduro, danno un forte aiuto ai partiti di opposizione. Questi si riuniscono nel MUD, il fronte di partiti e sigle politiche unite contro Maduro, e vincono le elezioni legislative del 2015 ottenendo una maggioranza schiacciante.  Con le elezioni presidenziali del 2018 che si avvicinano e spaventato di perdere il potere, Maduro inizia ad incolpare le èlite finanziarie e i paesi imperialisti come gli USA della crisi economica e del malcontento popolare.

Se non hai il consenso, createlo

La situazione peggiora nel 2016 e precipita nella primavera del 2017. Le manifestazioni contro il governo si moltiplicano e le opposizioni si rafforzano grazie anche al consenso internazionale. Maduro decide così di tagliare il problema alla radice usando la Corte Suprema venezuelana da lui controllata.

Il 30 marzo scorso questa esautora il Parlamento e fa suoi i poteri legislativi. Lo scandalo è tale, sia a livello nazionale che internazionale, da costringere Maduro a fare un passo indietro e conferire di nuovo al Parlamento venezuelano i suoi legittimi poteri.

A questo punto si potrebbe pensare che il Presidente Maduro si arrenda ma qui vi sbagliate. Forte dell’appoggio delle forze militari, da cui lo stesso Chavez proveniva, il Presidente Maduro decide di entrare in piena modalità dittatore e afferma senza averne titolo la necessità di riscrivere la Costituzione e dare più poteri alla presidenza. A fare ciò dovrebbe essere un’assemblea costituente eletta non si sa da chi. Il tutto, ovviamente, prima delle elezioni presidenziali del 2018. Le protese delle opposizioni esplodono e i morti tra i protestanti arrivano a 90 nel solo 2017. Poi qualcosa succede, qualcosa che in Italia potremmo chiamare “strategia della tensione”.

Vecchie strategie, nuovi regimi

Il 27 giugno un ex poliziotto, pilotando un elicottero, sgancia alcune bombe a mano sul palazzo della Corte Suprema. Le bombe non esplodono, danni e feriti non ce ne sono. Sono tanti invece i dubbi su un’azione definita “terroristica” dallo stesso Presidente Maduro, il quale non perde l’occasione e dichiara subito la legge marziale.

Il 5 luglio decine di sostenitori del Presidente invadono il Parlamento, unica istituzione rimasta in mano alle opposizioni, e bloccano i lavori parlamentari ferendo una ventina di deputati. Le opposizioni decidono, come ultima arma democratica, di indire un referendum simbolico per mostrare al Presidente la volontà popolare venezuelana. Dei 19 milioni di venezuelani solo 7 milioni vanno a votare e si esprimono contro la riforma costituzionale di Maduro e a favore di elezioni presidenziali il prima possibile. Il terzo quesito, quello che tocca un punto dirimente, riguarda invece un’esortazione alle forze armate venezuelane, chiamate a difendere la costituzione attuale.

Come altre volte nella storia del Sudamerica, l’esercito si ritrova ad avere una forza ed un ruolo centrale nella gestione della vita politica. La speranza è certo l’ultima a morire ma i precedenti storici e le premesse raccontate qui sopra non proiettano affatto un profilo democratico. Auguri, Venezuela.

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