Verrà un giorno un tempo da lupi

Sarà che il lupo perde il pelo ma per fortuna non il vizio: Stefano Benni è riuscito a stupirci di nuovo.
Succede che il 29 settembre, probabilmente seduto in un caffè, Stefano Benni ha guardato il mondo e rifiutato il premio Vittorio De Sica.

Serve una breve parentesi perché tra onorificenze, premi, medaglie al valore e compagnia bella, rischiamo di far tutti un grande casino. Il premio Vittorio De Sica (vinto dallo stesso De Sica n.d.r.) è stato istituito nel 1975 sotto l"alto patronato" del Presidente della Repubblica e viene conferito annualmente a quelle persone che si sono distinte nel cinema, nelle altre arti, nella cultura, nelle scienze e nella società. E già, signori miei, pariamo male: a mio avviso un premio così è una sorta di calderone dove se hai culo ci finisci. Inoltre, se le disgrazie non vengono mai sole, sto cercando da ieri i componenti della giuria (o delle giurie) di quest'anno che hanno deciso di "nominare" Benni ma mi tocca deludervi: non ho trovato un bel niente. Sarà forse che il voto è segreto, come in ogni reality show che si rispetti.

Tornando alla questione principale ovvero il rifiuto del Lupo di ricevere il premio la motivazione "ufficiale" è che il premio gli sarebbe stato conferito dall'attuale ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini. Ci tengo a riportare integralmente le motivazioni che lo stesso Stefano Benni ha pubblicato sulla sua pagina Facebook ufficiale:

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Poichè sono uscite notizie un po' imprecise a riguardo, ecco il testo della motivazione con cui il Lupo Benni non ha...

Posted by Stefano Benni - official fanpage on Martedì 29 settembre 2015

Quel che più mi sconvolge tuttavia, non è la scelta idealista ma coraggiosa, ferma e soprattutto coerente di Stefano Benni di rifiutare un premio nelle condizioni di precarietà in cui la cultura in Italia sta affondando. Quel che più mi lascia davvero senza parole sono i commenti, superflui, apparsi sui vari social network, sui quotidiani che hanno pubblicato la notizia e sui vari blog come il nostro.

Tra i molti ringraziamenti di chi si trova costretto a fronteggiare una crisi che vede l'istruzione e la formazione come ultime ruote del carro, ho trovato una triste ridondanza di commenti critici e in chiara polemica con il rifiuto del Lupo.

E, siccome gira che ti rigira, qui di "cultura" parliamo, metto le mani avanti dicendo che certo se fosse, come la retorica insegna, uno scambio di opinioni mirate a costruire un dialogo e una libera espressione delle proprie idee (richiamando la nostra posizione a favore della libertà di parola sul caso Erri De Luca), non ci sarebbe nulla da dire. Tuttavia qui ancora una volta stiamo giocando sul campo minato del mondo online, lo stesso universo nel quale la stessa parola cultura si dev'essere ben nascosta su di un pianeta ancora sconosciuto.

Critiche completamente fuori tema principalmente incentrate sull'attuale politica, ma anche su vendite, visibilità, megalomania e chi più ne ha più ne metta, hanno reso un avvenimento (che definire pilastro della critica alla società in completa disgregazione è riduttivo) solo l'ennesimo spunto per sfogare frustrazione e rabbia repressa. Perché sì, nemmeno noi crediamo ci sia molto da festeggiare, e non solo per i tagli economici del governo, ma per questa inarrestabile perdita di valore che tutta la dimensione artistica, musicale, letteraria, culturale sta affrontando quotidianamente.

E, senza neanche dover forse sottolineare che l'intera redazione di Nastorix appartiene alla categoria di coloro che di scrittura, di musica, di arte, di recitazione, di fotografia vorrebbero poter vivere eppure ci dobbiamo inventare un secondo, terzo, quarto lavoro per tirare a campare; come gruppo coeso ringraziamo Stefano Benni e la sua fermezza nel ribadire che l'Italia sta cadendo in un baratro non solo economico ma di svalutazione totale di ciò che in fondo ha creato l'Italia stessa.

Citando Elianto1: è vero Lupo, viviamo proprio in quel Paese "dove gli unici che hanno ancora qualche speranza vengono chiamati disperati".  Ma più che unici useremmo un'altra parola, perché credici, credeteci tutti: benché disperati, siamo in molti, resteremo in molti e con "un gran fisico per correre dietro ai sogni."

1 Stefano Benni, Elianto, Milano, Feltrinelli, 1998.

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