Vista Mare: con gli occhi sul frame

Quando le palpebre calano o le luci si affievoliscono, entrambe dissolvendosi in un’istantanea di buio.
Quando si perdono i limiti corporali, la percezione di chi sta accanto, la distanza critica tra l’occhio e ciò che l’occhio guarda.
Quando dei corpi plasmatici, in bi-dimensione, assumono tratti carnali, concreti, mortali. Lì comincia il sogno, lì comincia il cinema. E si sa, l’onirico parla per simboli, segni e metafore. Parla per spostamento.
Fobie che si incarnano in oggetti comuni. Desideri erotici zoomorfici. Uomini che parlano per bocca delle proprie azioni. “Un albero non è solo un albero”, direbbe Robert Adams, così come una barchetta di carta che affonda nel mare ipoglicemico di una vasca da bagno non è solo una barchetta di carta.

Quando inquadrato, un soggetto diventa metonimia, la parte di un tutto che viene colmato dallo spettatore, ed è bello, ed è caldo e confortante sapere, anche nel panorama del cinema indipendente italiano – quando la deriva socio politica di un certo cinema d’autore europeo ed extra europeo sembra aver vampirizzato ogni estetica a favore di un fantomatico messaggio civico –, della presenza di cineasti in grado di concepire un arte genuina, primordiale, priva di sovrastrutture tecniche o verità universali da rivelare, ma che trae forza dalla sua peculiarità distintiva: il geroglifico. Un geroglifico su tela, per essere precisi, che è dimostrazione di un presente sociale, di usi e costumi, ma anche espressione di individualità, sentimenti e pulsioni tipicamente umane nelle quali lo spettatore non può non immedesimarsi, come in uno specchio.
Conoscere le specificità tipiche di un medium è essenziale per chiunque attraverso quel medium volesse veicolare messaggi e significati, ma soprattutto spingere ad una riflessione incondizionata che non può che cominciare con l’uomo e terminare nell’uomo.
Per farlo Andrea Castoldi, giovane regista già autore del lungometraggio “Ti si legge in faccia” (2014), sceglie una storia autoconclusiva, “a cerchio chiuso” direbbe probabilmente lui, che recupera la visione del cinema come sogno e dichiara con forza la centralità dell’immagine nel cuore di un tema attorno al quale ruotano troppe parole vuote. Non a caso, a smuovere l’opinione pubblica, sono state più le fotografie che gli appelli politici, più la visione del cadavere di un bambino che l’enumerazione fredda delle centinaia di morti.
Vista mare (prodotto da CF film in collaborazione con Film Commission Lombardia e Milk Editoria-Agenzia Media), non è un film sull’immigrazione, è un film sull’uomo e sulla sua impotenza nei confronti delle forze impalpabili (le correnti economiche) e quelle palpabili (politica e forze dell’ordine) che gestiscono le sorti del cittadino.

Il regista si muove su un piano differente rispetto a Fuocoammare (seppur l’approccio simbolista potrebbe in qualche modo avvicinare le due pellicole), poiché mentre il film di Rosi costruiva una storia plausibile in un contesto reale, Castoldi crea una storia realistica in un contesto plausibile, trascinando dietro di sé, esattamente come accade nei sogni, le scorie della quotidianità e decidendo di incentrare il suo sguardo non tanto sul messaggio quanto sulla rappresentazione empatica (ma mai sentimentale) di una condizione di privazione e sofferenza.
E’ il futuro, non un futuro troppo lontano, il 2020. E’ ora il popolo italiano, in seguito alla crescita esponenziale della crisi economica, a dover evadere da un’Italia militarizzata per cercare rifugio in Albania a bordo di un gommone, processo in reverse delle migrazioni albanesi degli anni ’90. La telecamera segue il microcosmo di Stilitano (Arturo Di Tullio), un cinico uomo di mezza età che evade dagli arresti domiciliari per raggiungere la Puglia e da lì salpare verso le coste balcaniche, dovendo però raffrontarsi con timori e fantasmi personali come con quelli delle persone che incontrerà sul suo cammino: giovani donne e uomini per cui non si sente tanto la necessità di parole che ne descrivano il dolore trattenuto e la malinconia, quanto piuttosto di una fotografia livida, che si gioca spesso su vari toni di grigi, e di una ricerca minuziosa delle inquadrature, capaci di immortalare la sopraffazione (lo sguardo vuoto di una gallina in prima piano che troneggia sul capo chino di un ragazzo, inerme sullo sfondo, che non è riuscito a farne sua preda), dei piccoli momenti di bellezza e la solitudine di chi è costretto continuamente a vivere in interni soffocanti e colmi di barriere. Una cella, un camion stipo di pacchi, una cascina decadente abbandonata. Tutte mura che nascondono o allontanano dal miraggio del mare, e che tale può solo rimanere nella sua accezione romantica, in quanto non più stereotipo poetico di rigenerazione e libertà, ma fucina di cadaveri e drammi umani.
Quivi è la grande antifrasi creatrice di significato, nella discrepanza tra titolo e immagine che è emblema di una speranza rinata nel finale del film, in grado di evitare la retorica spiccia del lieto fine ma al contempo capace di suggerire immagini di un futuro possibile,che, come un sogno, prende vita solo al calare del buio.

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