Vite d’inferno nell’Argentina dei Sessanta

Soltanto un anno fa è morto uno dei più importanti scrittori argentini contemporanei, Ricardo Piglia, classe 1940, divenuto un riferimento del genere noir e poliziesco nel continente latino-americano e non solo. Può essere l’occasione per consigliare uno dei suoi libri più famosi, Soldi Bruciati (‘Plata Quemada’ nell’originale) uscito in Italia per Guanda nel 2000 (206 pp., 13€). Un invito a conoscere meglio la letteratura di una terra tanto lontana quanto familiare, significativamente chiamata “L’Altro Occidente”.

Siamo nel settembre 1965 a San Fernando, provincia di Buenos Aires, dove le strade sono percorse da una falsa calma trasmessa dallo scorrere dei passanti sereni. In un appartamento vicino alla piazza principale si prepara una rapina, una cosa bella grossa, in ballo almeno sette milioni, organizzata scientificamente nei minimi dettagli: un furgone portavalori contenente i soldi  delle paghe dei dipendenti e dei lavori pubblici, va dal Banco Provincial al municipio; si tratta di bloccarlo nella piazza, ammazzare le persone a bordo (l’autista, due guardie e il tesoriere) e rubare la borsa colma di contanti. Tutto deve durare al massimo sei minuti. Da lì in poi si tratta di farla franca, saltare in macchina e scappare via in contromano, per poi, forse, riparare in Uruguay.

Le formazioni armate peroniste si stanno disgregando, gli ex militanti si riciclano facilmente nella malavita, sperando forse in quell’ambiente di attirare nuove reclute, “politicizzarle” per gli attacchi alle sedi dei comunisti, al municipio, ai tralicci della corrente, ma finendo per essere assorbiti loro stessi dalla Mala, che li mastica e risputa come niente fosse. E poi si sa, di denaro si ha sempre fame, così fra i basisti c’è un funzionario comunale e il figlio del presidente della giunta. Ma sembra che stavolta, riguardo agli esecutori, hanno puntato sul cavallo sbagliato, un cavallo totalmente imbizzarrito.

Al centro della banda due gemelli, il “Gaucho Biondo” Dorda e il Nene Brignone, che poi fratelli non lo sono per davvero, ma si amano come soltanto un destino da cani può imporre. E poi c’è il “Cuervo” Mereles, La Blanquita, Malito, Giselle, e tutte le droghe e le armi che si portano appresso. Un affresco di personaggi fenomenali, vite che bruciano come e più di Trainspotting, con la violenza cruda di Edward Bunker.

Dall’altro lato un commissario (un duro dalla faccia sfregiata: “io non penso, indago”, dice al giornalista) che finirà per fratturarsi una mano a forza di picchiare la ragazzina quindicenne che si era invaghita di uno della banda, per cavarle informazioni sulla rapina.

Sarà una corsa spericolata, col puzzo degli sbirri sempre sotto al naso, lì lì per braccarli. Ci sarà comunque il tempo per cantare a squarciagola sbronzi in una camera d’albergo, fare sesso fino a togliersi ogni pensiero e dormire per la prima volta forse, dopo tanti giorni insonni, oppure battere l’asfalto irrequieti, in solitudine. Sempre consapevoli che nulla dura per sempre.

È originale la messa in scena degli avvenimenti: la storia infatti prende spunto da un fatto di cronaca, le cui testimonianze – del giornalista, del commissario, del vicino di casa o del medico del manicomio – divengono i punti di vista attraverso i quali osservarne lo svolgimento. L’autore ha inoltre scelto, sapientemente, di non nascondere le soggettive, ma esplicitarle (con incisi del tipo: “secondo i giornali”, “così dirà poi il commissario” “la signora del bar ha detto di aver visto..”), producendo una sovrapposizione di voci e sguardi che guidano il lettore nella ricostruzione dei fatti.

Scorrendo le pagine si scopre l’altra faccia della medaglia di un romanzo di Chandler, quella scura, dove il freddo delle sequenze hardboiled è scacciato dall’alcol, una frenesia disperata sostituisce la tensione, accelerata dal continuo ingurgitare di pasticche. E così i personaggi, soggetti marginali distrutti dalla società: antisociali, psicotici, invertiti, drogati. Violenti perché violentati all’origine, da chi li ha fatti nascere.

Figurativamente, siamo abituati a considerare il margine, il contorno, come ciò che dà un senso, che fa nascere una figura. Ecco allora che il margine della società è in grado di rivelare cosa significa la sua costruzione, e questi assassini, questi ladri senza fede, questi disperati, sono il prezzo profondo che permette la civile convivenza. Per questo motivo sono cancellati, rimossi dalla vista, rinnegati. Questo è il peso della posta in gioco, infatti “tutti capirono che quel gesto”, tutti quei soldi bruciati, equivaleva a “una dichiarazione di guerra totale, una guerra spietata contro l’intera società”.

Per la scelta delle immagini ho preso spunto dalla copertina della vecchia edizione Guanda, sono tutte di Sergio Ceccotti, un grande pittore italiano che come pochi ha saputo raccontare l’atmosfera noir attraverso l’olio su tela (in ordine: Crisi-Trittico, 1964; Interno con fumatore, 1961).

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