Il volto del dolore

É lunedì, la maggior parte di noi torna in ufficio e comincia un'altra settimana. Questa, però, non è una settimana qualsiasi: venerdì si celebrerà infatti il Giorno della Memoria per ricordare tutte le vittime dell'Olocausto. Il web, le reti televisive, le riviste e i quotidiani si preparano a commemorare la Giornata della Memoria con documentari, immagini, film e speciali sul nazismo e sulle brutalità commesse durante la seconda guerra mondiale. Il ritratto di Adolf Hitler, per altro, rimbalza qui è là su Facebook dal giuramento di Donald Trump sotto forma di memes divertenti ed ironiche.
Nevicava, quel 27 gennaio 1945, sul campo di concentramento di Auschwitz come nevicava la scorsa settimana sul Centro del nostro Paese, proprio mentre il nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America posava la mano destra sulla Bibbia per il suo giuramento. Sulle nostre reti televisive c'era una frenetica alternanza tra le immagini in diretta da Washington e quelle da Rigopiano, dall'Abruzzo, dal Molise, dall'Umbria, dalle Marche e dal Lazio. Una catastrofe nella catastrofe, dicono tutti. Speciali, edizioni straordinarie, video on-line, ricerche, testimonianze, interviste, titoli a caratteri cubitali si inseguono già da qualche giorno per via del maltempo, si intensificano mercoledì 18 gennaio e giovedì 19 quando, in seguito a quattro forti scosse di terremoto, molti centri abitati isolati dalla neve entrano nell'emergenza vera e propria e un hotel ormai noto viene sepolto da una slavina.

Questa casualità mi porta verso una riflessione di quanto ho visto la scorsa settimana: tanto, troppo, ma non abbastanza. Questa insufficienza delle immagini, dei reportage, degli articoli pubblicati si nota facilmente. Basti pensare che, proprio giovedì scorso lo Stato assegnava le prime case per gli sfollati dopo il terremoto di quest'estate (pochissime e in ritardo a causa di una gestione come sempre fumosa); oppure che il maltempo sulle regioni colpite dalle nuove forti scosse era da giorni causa di disagi e segnalazioni da parte di cittadini e comuni; o ancora la dichiarazione forte di molti ingegneri che l'Italia è erroneamente considerata a "rischio sismico" quando è tettonica attiva a tutti gli effetti; infine che sono nate decine di polemiche legate al Governo, alle autorità, alle Forze dell'Ordine, agli abusi edilizi e chi più ne ha, ne metta.
Evidentemente, quindi, tutte le immagini dei mesi scorsi, delle condizioni di milioni di persone, delle centinaia di morti non sono servite a nulla. Come non sono servite a nulla le indagini dei quotidiani e dei notiziari, in seguito al 6 aprile 2009, giorno in cui il capoluogo e la provincia dell'Aquila sono state colpite da un altro sisma.

Questa incapacità della ridondanza di immagini, servizi, report e quant'altro mi porta a fermarmi su quanto letto in un testo universitario in merito ai conflitti ed all'Olocausto:
"Non ho mai visto nulla – nelle foto o nella vita reale – che mi abbia ferito così nettamente, profondamente, istantaneamente. In effetti, mi sembra plausibile dividere la mia vita in due parti, prima di vedere quelle fotografie (avevo dodici anni) e dopo. A cosa era servito vederle? Erano solo fotografie – di un evento di cui avevo appena sentito parlare e che non potevo fare nulla per influenzare, di una sofferenza che non riuscivo a immaginare e che non potevo fare nulla per alleviare. Quando ho guardato quelle fotografie, qualcosa si è spezzato. Un limite era stato raggiunto, e non solo di orrore. Mi sentivo irrevocabilmente addolorata, ferita, ma una parte dei miei sentimenti ha cominciato a rimpicciolirsi; qualcosa è morto; qualcosa sta ancora piangendo."
Le parole di Susan Sontag, riferite alla prima volta in cui vide le immagini della Shoah, nei campi di Bergen-Belsen e Dachau, e riportate nel saggio Davanti al dolore degli altri, riaprono un dibattito tutt'oggi molto vivo tra filosofi, psicologi ed esperti di comunicazione.

Quanto una immagine può rappresentare il reale? Quanto il reale può fortificarsi attraverso la ripetizione dei mass media fino a diventare utile e comprensibile da tutti? Quanto invece questa abbondanza di realtà "virtuale" possa invece rendere insensibile il soggetto?

Questi e molti altri punti rimbalzano tra gli studiosi, mentre il tempo procede incessante, le guerre continuano, gli attentati e le catastrofi riempiono i nostri televisori, i nostri pc, le nostre vite alternandosi con altrettante immagini frivole ed ironiche per alleggerire il nostro tempo libero. Dobbiamo anche ammettere che siamo tutti dei piccoli voyeur, specialmente dopo l'esplosione dei social network che quasi ci invitano a curiosare nella vita degli altri anche senza farci notare. Unendo le due verità, purtroppo possiamo incappare nel rischio che il meccanismo dell'immagine come portatrice di valori etici e morali vada inceppandosi. Il nostro presente, riempito più del dovuto da informazioni, notizie, bufale, tweet e post di Facebook, non riuscirà forse a dare quella profondità necessaria affinché l'immagine/il contenuto ci tocchi in modo forte, lasciando tutto a galleggiare.

Mio malgrado non posso trovare alcuna risoluzione a questo dilemma, la tragedia, il dolore, la morte purtroppo non avranno mai un volto: bisogna immaginare, pensare, andare oltre a quelle che sono le istantanee di momenti di vera sofferenza di qualcun altro, portando soprattutto rispetto. Per questo voglio invitare chiunque a non fomentare il proprio "io" facendosi selfie nel Memoriale dell'Olocausto a Berlino (e nemmeno nelle zone terremotate come invece si ostina a fare qualche nostro politico) ma a soffermarsi su quelle immagini che già esistono in abbondanza per chi le voglia cercare.
Sono tutte immagini che parlano, in bene o in male. Bisogna solo saperle guardare ma soprattutto ascoltare e, se c'è una cosa che so sulla neve, è che il mondo sotto la sua coltre è più ovattato e silenzioso.

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