WhatsApp gratis? Stica**i!

È il 18 Gennaio 2016. A qualcuno di noi arriva una notifica. A qualcun altro arriva un messaggio da parte dell’amico smanettone ed amante della tecnonologia. Altri ancora leggono la notizia nella homepage di Facebook o la sentono dalla TV mentre sorseggiano un caffèlatte: WhatsApp è diventato gratis.

Basta col pagare 0,89 o 0,99 centesimi all’anno. Basta con il disinstallare e reinstallare l’applicazione dallo smartphone o cercare trucchi su Google per non pagare l’abbonamento annuale. Il CEO e creatore di WhatsApp, Jan Koum, prima dalla conferenza DLD di Monaco e poi dal blog aziendale, ha infatti comunicato la novità, dando così a blogger, commentatori ed utenti, di che parlare per una settimana. L’azienda ha spiegato la decisione con queste parole:

Per molti anni abbiamo chiesto ad alcune persone di pagare un canone per l'utilizzo di WhatsApp dopo il primo anno. Crescendo, abbiamo scoperto che questo approccio non ha funzionato bene. Molti utenti WhatsApp, non disponendo di un numero di carta di credito o di debito, erano preoccupati di perdere la connessione con i loro amici e familiari dopo il primo anno. Così nel corso delle prossime settimane, rimuoveremo il canone dalle diverse versioni della nostra applicazione e WhatsApp non chiederà più di pagare per il proprio servizio.”

Se mettiamo da parte il filantropismo interessato della multinazionale californiana, acquistata da Facebook nel 2014 per 19 miliardi di dollari, possiamo provare a comprendere le vere intenzioni di Darth Zuckerberg.

Sono centinaia i commentatori online che nell’ultima settimana si sono esaltati, sicuri di aver beccato Facebook sul fatto. Tutti pronti ad affermare con sicurezza che ora, senza l’abbonamento annuale, WhatsApp venderà i nostri dati personali e magari userà le nostre conversazioni per meglio definirci come consumatori. Questi signori hanno realmente creduto alla foglia di fico rappresentata dall’abbonamento annuale a WhatsApp? Realmente credevano che quegli 0,89 centesimi all’anno per utente fossero l’obiettivo di Mark e soci?

Forse è il caso di sottolinearlo, non c'è niente di nuovo: i dati sono sempre stati l’unico obiettivo.
Infatti, dal 2014 ad oggi non si è mai avuto notizia di vendite dei nostri dati a terze parti, ma con molta probabilità Facebook, sfruttando le pieghe interpretative dei “Termini e condizioni di utilizzo” che accettiamo quando installiamo WhatsApp, li ha usati ed integrati col database di informazioni che Facebook possiede già. Chi si occupa di web marketing sa di cosa sto parlando.
Ad esempio, quando cliccate “Mi Piace” alla foto del gattino della vostra migliore amica, commentate lo stato del vostro cantante preferito o condividete il video virale del Panda che gioca tra la neve, Facebook registra la vostra azione, la analizza, la combina con le informazioni personali che gli avete dato al momento della registrazione e stila un profilo dettagliato di voi, dei vostri gusti ed interessi. Infine, dulcis in fundo, questo bel profilo viene utilizzato per decidere quali annunci pubblicitari mostrarvi mentre siete su Facebook.

Questa enorme documentazione digitale va quindi a scrivere la vostra carta d’identità di consumatori digitali. Non c'è dubbio che sia con WhatsApp a pagamento che gratuito, Zuckerberg è sempre interessato alla raccolta di dati personali sempre maggiore, proprio per trarne un profitto diretto. In poche parole, monetizzare i nostri comportamenti è stata l’intenzione principe di Facebook quando ha acquistato WhatsApp.
E ci aveva visto lungo Arturo Di Corinto, giornalista esperto di social media, quando parlando di social media aveva azzardato un “Quando non paghi qualcosa il prodotto sei tu”. Insomma, prima di far nascere tutta questa improvvisa polemica, basterebbe analizzare banalmente il mercato digitale e capire che nessuno ci regala nulla.

La motivazione più plausibile che sta alla base della scelta di rendere gratuito  WhatsApp non sta certamente nella presenza sul mercato di alternative quali Telegram e Signal, anzi possiamo trovarla facilmente nello stesso comunicato pubblicato il 18 Gennaio sul blog dell’azienda:

“Naturalmente, la gente potrebbe chiedersi come abbiamo intenzione di sostenere WhatsApp senza commissioni di sottoscrizione e se l'annuncio di oggi significa che stiamo introducendo annunci pubblicitari di terze parti. La risposta è no. A partire da quest'anno, testeremo strumenti che consentono di utilizzare WhatsApp per comunicare con imprese e organizzazioni da cui vorrete ricevere notizie. Ciò potrebbe significare comunicare con la banca circa operazioni fraudolenti, o con una compagnia aerea su un volo in ritardo. Oggi riceviamo tutti questi messaggi altrove - attraverso sms e telefonate - per questo vogliamo testare nuovi strumenti per rendere tutto questo più facile su WhatsApp, continuando ad offrire una esperienza senza annunci pubblicitari di terze parti e spam.”

L’obiettivo Zuckerberg & Co. è probabilmente quello di fare di WhatsApp una sorta di call center digitale in cui le aziende, pagando ovviamente, potranno essere contattate da noi consumatori ogniqualvolta ne avremo bisogno. Possiamo prendere esempio da un caso simile, avvenuto nel 2014 con Facebook Messenger che è stato separato dalla “app madre” nel 2014. Messenger, coi suoi 800 milioni di utenti attivi ogni mese (WhatsApp ne conta 900), ha subito nell’ultimo anno diverse modifiche e aggiornamenti che hanno permesso, negli States e non solo, di acquistare prodotti online, usufruire dei sevizi di Uber e di tenere traccia dei nostri pacchi postali. E queste modifiche, magari passate in sordina rispetto al caso di WhatsApp, erano già un chiaro campanello d'allarme: in fin dei conti, il signor Zuckerberg vuole solo monetizzare le nostre abitudini digitali.

Ma dopo tante riflessioni, ovviamente a chiunque rimane il libero arbitrio di diventare o meno un "prodotto" invece che un semplice utente, tuttavia non si può fare a meno di pensare che il problema ora non è più chi o cosa sia il prodotto. Il problema forse è chi o cosa non lo è più.

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