“X-Men: Apocalisse”

L’ultima regia di Bryan Singer conclude la trilogia prequel, la seconda, sul mondo dei mutanti dotati di poteri eccezionali. E’ la nona pellicola sui supereroi della Marvel Comics (“X-Men” 2000, “X-Men 2” 2003, “X-Men - Conflitto finale” 2006, “X-Men - Le Origini: Wolverine” 2009, “X-Men - L’Inizio” 2011, “Wolverine: L’Immortale” 2013, “X-Men - Giorni di un futuro passato” 2014, “Deadpool” 2015) e, forse, sarebbe il caso di scrivere la parola fine.

Il capitolo più colossale e grandioso, infatti, appare come una banale minestra riscaldata, priva di ingredienti particolarmente gustosi: il villain di turno resuscita dopo migliaia di anni per essere sconfitto, nonostante le premesse, nel giro di un’ora; la sceneggiatura non splende per originalità e la storia è talmente intrisa di elementi (non del tutto giustificati) da presentare salti veloci quanto inverosimili nelle azioni e nei comportamenti dei coprotagonisti; gli effetti speciali abbondano al punto da offrire un senso di indigestione, anche a causa della loro banalità. Il cast - sulla carta di tutto rispetto - non brilla proprio, quasi che gli attori siano stanchi dei personaggi interpretati: James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Nicholas Hoult ed Oscar Isaac, sembrano fare a gara fra loro nell’offrire l’interpretazione più piatta. Molto strano, visto che ciascuno ha più volte dato prova di intense e bellissime prove d’attore in altre pellicole. La critica sociale al mondo contemporaneo, tentata dallo sceneggiatore Simon Kinberg, risulta fin troppo facile e banale: tra l’altro, anche sospendendo la consapevolezza della realtà, la dipendenza dal denaro e dal benessere a qualunque costo, l’esistenza di un cinico sistema bancario e le guerre, non giustificano la cancellazione dell’uomo, di cui Apocalisse vuole farsi autore, dalla faccia della Terra. Le note positive da segnalare sono poche. Prima fra tutte, il cameo di Hugh Jackman nei panni di Wolverine: 4-5 minuti che segnano la differenza dalle altre banalità ed ovvietà senza limiti. Tra l’altro, Jackman ha debuttato poco più che trentenne nel ruolo dell’uomo con gli artigli ossei delle mani ricoperti di adamantio; il suo è l’unico personaggio, presente in entrambe le trilogie e protagonista di due spin-off, a non aver mai cambiato il volto. Oggi a 48 anni merita i complimenti, perché il tempo sembra aver lasciato tracce minime su di lui! In ultimo, la ricostruzione degli ambienti e delle mode degli anni 80 del XX secolo è accurata, sebbene, sia la fotografia del Presidente Ronald Reagan, sia l’uscita dal cinema con le insegne de “Il ritorno dello Jedi” (1983), appaiano quasi sbattuti in faccia agli spettatori. Comunque, senza contare il terzo spin-off sul personaggio di Wolverine in uscita nel 2017, la sensazione è che questa pellicola (143 minuti) sia nata come passaggio ad una nuova, futura, terza trilogia. Ahinoi!

Consigliato: ai bambini, agli adolescenti, ai fans degli X-Men e dei cinecomics. Voto: 5,5.

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