La Rivoluzione di Anna Kuliscioff

[Attenzione: La voce narrante di seguito è un personaggio fittizio, così come tutti gli altri personaggi che interagiscono nel breve intreccio che segue, tutti liberamente tratti da film cult. Gli episodi sono frutto della mia fantasia, senza alcun legame con la realtà, pertanto rilassatevi e godete di questo chupito. Se è la prima volta che vi imbattete in questa rubrica, e vi appassiona la parte romanzata, vi invitiamo a seguirla dal suo primo capitolo che potete trovare qui]

Il caldo mi ucciderà, per questo sono da Lloyd: voglio morire sballato, lucido sorridere alla morte e chiederle da accendere per gustarmi l’ultima sigaretta. E poi appare la dea, la signorina Gradisca, la morte si allontana, l’esplosione di vita viene celata dal tavolino, ma per sicurezza poggio la bottiglia gelata tra le gambe, in attesa che la signora di rosso vestita faccia dietro front. See. La dea punta il mio tavolino, focosa e prosperosa si china per salutarmi e finisco per baciarle le tette che inesorabili mi sbattono in faccia. Ho caldo, voglia di bere e niente guai, non oggi, la domenica è giorno di riposo. “Cucciolo di manzo, è un po’ che non passi a salutarmi al tiaso, sai, manchi tanto anche alle ragazze”. Una voce di un tizio irrompe dal fondo “Lui è un tradizionalista, non va con le puttane. Guardati come sei conciata, non hai un minimo di rispetto per la decenza, che il signore abbia pietà di tutti voi” Mi chiedo chi mai possa essere sto povero imbecille, poi lo vedo e preferisco non svelare l’abito del monaco per non offendere le docili pecorelle. Tra l’altro si sbaglia, nel senso che io e la Gradisca abbiamo una relazione da tempo, e tengo un corso di letteratura non proprio canonico, alle ragazze del suo tiaso, quindi niente sesso o cose strane, a parte un paio di occasioni dove mi sono spinto un po’ più in là con le lezioni. Lo spiritoso è solo un po’ confuso: a noi non interessa lo scandalo o il costume, e questo accanimento nei nostri confronti lo trovo eccessivo e medievale. La Gradisca si avvicina e comincia a fissarlo in silenzio. Nessuno può resistere a quello sguardo, "È vero ca idda poteva incantari magari u riavulu poteva" disse Fabrizio un giorno. Ironia di Lloyd, parte “Nella città vecchia” di De Andrè, e così, naturalmente, la Gradisca si lascia andare ad un ballo intimo con l’imbecille. Continuiamo tutti a bere, ma sulle frase “porteran sul viso l’ombra di un sorriso tra le braccia della morte” bam! Una testata della mia bella stende l'impavido omino. Sdraiato e sanguinante rimane a terra tra risate e urla di scherno, poi lo trascino per i piedi fuori dal bar e risolvo la questione versandogli una secchiata d’acqua in faccia. Mi sto innamorando di questa donna, a metà tra la bellezza della Bellucci e l’indole ribelle della Kuliscioff. Sinceramente, in questo preciso istante, trovo più interessante la seconda, ed è lei la protagonista di oggi.

Nasce in Crimea a gennaio tra il 1853 e il 1857, da una ricca famiglia ebrea. Si trasferisce a studiare nelle libera Zurigo, ma è costretta a rientrare in Russia per ordine dello zar e probabilmente, grazie alle contaminazioni europee respirate a Zurigo, si unisce alla lotta di classe, con la celebre “andata verso il popolo”; l’unione tra la cultura respirata nella città svizzera e la lotta in condizioni estreme al fianco degli operai, tempra l’animo e la grande forza della nostra amica. Viene naturalmente processata e condannata, ma scappa nuovamente in Svizzera dove continua la sua lotta anarchica al fianco del suo ragazzo, Andrea Costa; quest'ultimo fondatore qualche anno dopo de “L’avanti!" che vanta firme celebri, e sarà anche il primo socialista ad entrare in parlamento. I due si dividono intorno ai primi anni 80, cause alcune divergenze sia di lotta che di ruoli all’interno della coppia; Anna è un instancabile ribelle, ma in realtà pretende semplicemente di poter agire in totale libertà, non come una femmina reclusa. Sembra banale, ma le donne in questi anni non possono partecipare alla vita politica, non hanno diritto di voto e il loro unico scopo è quello di badare alle questioni strettamente domestiche, senza possibilità di scelta. Torna in Svizzera per concludere gli studi, ma la salute cagionevole la spinge a Napoli, dove incontra Filippo Turati; i due si innamorano subito. Si specializza in ginecologia a Padova e la sua tesi salverà molte vite negli anni a venire, grazie alla scoperta dell’origine batterica della febbre puerperale, vera e propria epidemia del nostro passato. Alla faccia della vita domestica. Si trasferisce a Milano, dove trasforma la sua casa nello studio della “dottora dei poveri” come viene definita dal vicinato, ma talvolta è tra la gente, e tocca con mano, ancora una volta, la miseria e le ingiustizie delle classi povere. Attiva anche politicamente, è la prima donna che tiene una conferenza al Circolo Filosofico Milanese, con il tema “Il monopolio dell’uomo”, dove davanti anche a tante donne e ragazze scappate di casa per l’occasione, ha parole molte dure per il servilismo della donna medio borghese, timorata di Dio e affetta da parassitismo; il lavoro e la parità di diritti sono la sola via da percorrere per afferrare la dignità e la libertà che il potere, anche attraverso la Chiesa con il matrimonio, continua a negare. Anna è dura, vera, crudele, è la Rivoluzione. Vive insieme a Turati, trasformando il salotto di casa in redazione de “Critica sociale”, fondata dai due, e crocevia di personalità rivoluzionarie, ma anche di tante semplici donne che “stan lì a cicierare”. Sono anni agitati per Milano, e il culmine viene raggiunto nel maggio del 1898, quando durante uno dei tanti tumulti di quella che è passata alla storia come “la protesta dello stomaco” finisce in tragedia: il generale Bava Beccaris dà ordine di sparare cannonate sulla folla, compiendo un vero e proprio massacro. Questa sua impresa militare, prova di grande coraggio, viene premiata dal re Umberto I con la Gran Croce dell’ordine militare di Savoia. Sono altri i colpevoli, quelli che aizzano le folle con le loro idee rivoluzionarie e pericolose; quindi Anna, Turati e altri amici vengono arrestati. Usciti di prigione prosegue la loro lotta per la riduzione delle ore lavorative, per il salario, per migliorare le condizioni sul lavoro. Ma il vero tarlo nella testa di Anna è l’affermazione della donna nella vita politica, nel suffragio universale; a tutti gli effetti ufficialmente ne è fuori anche lei, anche se Turati si fa portavoce di molte sue battaglie. Emergono divergenze tra Anna e Filippo circa il rapporto da tenere con il governo di Giolitti. Nel 1911 nasce il Comitato Socialista per il suffragio femminile e subito dopo la rivista “La difesa delle lavoratrici” in cui insieme ad altre penne illustri, cercano di spezzare le catene che ancora legano le donne al patriarcato che le rendono subalterne al marito; è un lavoro immane, attraverso incontri e riunioni per raggiungere le periferie, fatte di donne analfabete e inconsapevoli della loro misera condizione. Sono i primi semi di emancipazione che vedranno la luce parecchi anni dopo. Infatti nel 1912 il governo non approva il suffragio femminile. E’ per Anna il colpo fatale, che vede dissolversi una vita di lotte, non solo; è delusa da tutto il movimento, dall’atteggiamento in fondo borghese con cui viene gestita la politica, anche interna, generando un vento contrario di antisocialismo. Purtroppo i fatti le daranno ragione.

Muore a  Milano nel 1925, e quella ventata di antisocialismo si riversa sul suo funerale, in cui viene presa d’assedio la carrozza funebre da alcuni fascisti.

Sarebbero innumerevoli le considerazioni da affrontare, sia in chiave storica che in chiave intellettuale, ma poi mi volto, mi guardo intorno, mi scruto dal riflesso del vetro, e decido di chiudermi in un dignitoso silenzio.

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