Brexit: Wake Me Up Before You Go-Go

Nastorix oggi vuole dedicare un editoriale ad hoc sul recente referendum britannico, da tutti chiamato "la Brexit" cercando di entrare in alcuni dettagli che forse vi sono sfuggiti.
La decisione di scrivere un articolo collettivo nasce dalla volontà di combattere quello che venerdì scorso, ha evidentemente fatto vincere il "leave" con il 51,9% dei voti, ovvero il populismo e le informazioni promosse soprattutto da David Cameron, del Partito Conservatore, e da Nigel Farage, esponente dell'UKIP. In questi termini, per farla breve, non vi è stata alcuna alleanza tra i due anzi, Cameron stesso ha cercato di limitare l'impatto di Farage sull'opinione pubblica, benché entrambi si spingessero a favore dell'uscita del Regno Unito dall'Europa. Vi sembra un controsenso? Tranquilli, siamo solo all'inizio.

Innanzitutto cerchiamo di spiegarvi brevemente cos'è Brexit (e non la Brexit) con parole nostre:
il 23 giugno c'è stato referendum popolare in tutta la Gran Bretagna sulla "Britain Exit" dall'Unione Europea. In pratica i cittadini di Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del nord sono andati a votare se il Parlamento dovrà iniziare le pratiche di "divorzio" da Bruxelles. Molti dicono che l'UK ha seguito l'esempio della Grecia (che dal 2010 chiede a livello popolare il distacco dall'Unione Europea, nota ai più come Grexit ma mai giunta ad una conferma anche in seguito all'elezione di Alexīs Tsipras lo scorso anno) ma si sbagliano. Al di là del fatto che in Grecia il movimento è appunto popolare, e mai supportato pienamente dal Governo, in questo caso è appunto il Primo Ministro David Cameron a indire il referendum, questo perché, dopo le elezioni del 2015, l'UK ha visto una forte crescita degli euroscettici dell'UKIP. Guidati da chi? Ovvio, Nigel Farage. Cameron ha probabilmente pensato che, vista le alte preferenze ottenute dall'UKIP (12,6% di voti, terzo partito nei risultati), il "suo" popolo fosse favorevole all'abbandono dell'UE e pur di ottenere consenso durante il mandato ha spinto a sua volta per l'ormai famoso "leave".
Quel che più sconcerta tuttavia è stata la propaganda pro-brexit costruita forse ad hoc per il popolo britannico: eccessiva immigrazione e relativa perdita di posti di lavoro in seguito a nuove migrazioni dai paesi recentemente entrati nel blocco europeo (Polonia in primis), legami troppo vincolanti, visti anche come mancanza di sovranità (ci arriveremo grazie all'intervento di Sara) che quest'appartenenza causa, spingendo l'acceleratore sull'obiettivo, da sempre dichiarato dagli Stati membri, di rendere l'Unione Europea sempre più "unita". Nessuno accenna al modello di separazione (esiste infatti l'esempio della Norvegia, che gode di uno statuto particolare pur essendo non essendo uno Stato membro), né tantomeno vi è una informazione reale su quello che attualmente l'UK da e riceve dall'UE.
Qualcuno di voi ha accennato all'Acquis di Schengen sulla libera circolazione dei cittadini all'interno dell'UE, a cui appunto guarda caso l'UK non ha aderito principalmente perché ha delle leggi sull'immigrazione costruite ad hoc (per altro molto più permissive). Molti di voi invece hanno puntato tutto sul fatto che il Regno Unito si sia tenuto la sua cara Sterlina non accettando l'Euro come moneta.

Tutto qui? In realtà da questa immagine, tratta da Wikipedia, si nota subito come in realtà il Paese della Queen Elizabeth con l'Unione non ci ha mai avuto molto a che fare:

Uk-Eu

Pur essendo sbrigativi vi salterà subito all'occhio come in realtà era un "no" di qui e un "no" di lì.
Ma allora, giustamente, perché tenerli nell'Unione Europea?
E qui entra in gioco la nostra Cecilia Penelope, che cerca di spiegare come mai questo sodalizio è durato per oltre quarant'anni.

 Premessa: venerdì c'è stato un gran casino, soprattutto su Facebook e Twitter. Un sacco di persone improvvisate esperti di politica estera, economia, finanza... forse, passati tre giorni, è giunto il momento di fare il punto, a mente un po' più fredda. Sì perché, anche se magari non lo avrete notato, l'atteggiamento social dell'oversharing non solo e ha fatto sì che si creasse tutto il marasma post Brexit ma è sicuramente una faccia dei nuovi mass media su cui viviamo. Per chi conosce le teorie e gli scritti in merito alla società di massa di Theodor Adorno, Herbert Marcuse e di tutti i teorici della Scuola di Francoforte, il passo per arrivare a collegarli al populismo britannico che ha dimostrato la vittoria del "leave" è breve. É vero, neanche io sono dottoressa in scienze internazionali né lavoro per la Borsa Italiana, forse mi intendo un po' di economia ma, quello che fa la differenza è che prima mi informo, poi mi informo di nuovo e poi, forse, parlo. Ecco, la maggior parte di chi ha commentato a casaccio (non tutti, per fortuna) ha aggiunto degli ingredienti al pentolone della demagogia senza sapere cosa realmente c'era sul fuoco. Detto questo, Brexit avrà una serie di ripercussioni (sia in UK, che in Italia che nell'Unione Europea) principalmente a tre livelli: politico, economico e sociale. Andando in ordine di apparizione, e ricordando che tutto ciò che state per leggere è basato su previsioni e non su dati certi, a livello politico le conseguenze ipotetiche post Brexit sono una miriade. Sì, è possibile che altri Stati seguano l'esempio della Gran Bretagna, no non è ovvio né tantomeno semplice.

Quello che forse non vi è stato detto è che ora si aprono i veri giochi senza frontiere: Cameron si è dimesso, probabilmente intuendo di aver fatto il passo più lungo della gamba vista la distribuzione geografica del voto, e da ottobre 2016 verrà sostituito - sempre probabilmente - da Boris Johnson, ex sindaco di Londra, conservatore, fervente xenofobo e, dulcis in fondo, amichetto di Donald Trump. A quel punto il Parlamento potrà iniziare l'iter per rendere il referendum valido a tutti gli effetti, e iniziare a negoziare con l'Unione Europea. Sui tempi di messa in atto dubbi non ce ne sono: prima del 2018 non avremo nessun abbandono effettivo.Nessun problema, se non fosse che già da venerdì c'è insurrezione di almeno 16mila cittadini britannici. Sempre guardando la mappa dei voti, è chiaro come la Scozia, che già aveva indetto un referendum per l'indipendenza nel 2014, e Londra si stanno ampiamente muovendo per rifare tutto da capo. Hanno infatti aperto una petizione, che ha già raggiunto oltre 3 milioni di firme (creata da un sostenitore del "leave"), che chiede di rifare il referendum applicando una regola secondo la quale siccome  il "leave" è al di sotto del 60%, l'affluenza per la validità dello stesso deve salire a 75% (contro il 72,2% che si ha avuto nella "prima manche").

E gli altri Paesi dell'Unione? Qui entrano in campo economia finanza perché, qualora non ce ne fossimo accorti, nel 1950 la Comunità Europea è principalmente nata per questo. Tant'è che, venerdì, le borse di tutto il mondo sono impazzite. Senza entrare nei dettagli, la nostra ha chiuso con un bel -12,48%. E, mentre Parigi e Francoforte aprivano le braccia alle sedi londinesi delle Borse Statali Europee, qui tutti a dire: ecco, è colpa dell'Euro! Oppure, ecco è perché la Borsa Italiana è connessa alla London Stock Exchange. Carissimi, se abbiamo avuto anche noi il nostro venerdì nero, non è per questo semmai per il NPL, gli accordi bancari (per citarne alcuni, i fattori sono davvero molteplici) e non da ultimo i più noti PIL e debito pubblico.
Se per il PIL dovrei aprire un articolo a parte parlandovi di come in realtà persino l'uscita del Regno Unito non impatterà mai così tanto sull'economia dell'Unione Europea, sul debito pubblico italiano me la posso cavare già meglio. Avendo noi sottoscritto nel 1997 il Patto di stabilità e crescita, per noi il debito rispetto all'Unione Europea viene calcolato secondo dei parametri precisi, che considerano il rapporto tra il debito pubblico e il PIL (indice di quanto lo Stato è in grado di risanare il proprio debito pubblico tramite ad esempio innalzamento delle tasse o manovre fiscali).
Ma nonostante questo, lo saprete, l'Italia cola a picco: la Banca d’Italia ha infatti comunicato che, ad aprile 2016, il debito pubblico italiano ha toccato i massimi storici, sfiorando i 2.231 miliardi di Euro. Sento già i gridolini tra voi: "ma vedi che è l'Euro! Dobbiamo fare anche noi come il Regno Unito e la Grecia! Basta Unione Europea, fuori tutti, facciamo da noi!".
Eh beh sì, perché in effetti come Paese produciamo tutto quello che ci serve per sostenerci, vero?
Il grosso problema economico che probabilmente avrà la Gran Bretagna, qualora il divorzio andasse a buon fine, non sarà relativo a immigrazione & co., ma a import/export e dazi elevatissimi che l'Unione Europea potrebbe imporre per i suoi prodotti. É vero che il Paese è già abituato a commerciare con Asia e Stati Uniti, tuttavia il settore dei servizi (che copre l'80% del mercato britannico) perderebbe l'accesso preferenziale al mercato unico dell'UE. Torniamo quindi a Parigi, Dublino e Francoforte che si propongono come alternative a Londra, torniamo anche all'insurrezione della City e dei suoi abitanti che, qualora le banche estere decidessero di spostarsi (ipotesi per altro abbastanza probabile secondo Wall Street Italia), si ritroverebbero senza lavoro, facendo calare a picco il PIL. Una prospettiva rosea per il contadino che è stato imbrogliato e ha votato "leave" pensando di riuscire a cavarsela da solo, vero?

Senza soffermarmi oltre, chiudo in bellezza riprendendo ciò di cui ho parlato sopra che ha scaldato gli animi di molti voi: il contadino di Pavia, il nostro PIL, il debito pubblico italiano, entrando così nella semplice analisi sociologica del Bel Paese. Ho iniziato parlando di populismo e chiuderò allo stesso modo cercando di restare il più possibile calma e neutrale. Abbiamo parlato della Scozia, del suo "remain" netto, del tentativo di scissione dal Regno Unito un paio di anni fa. Questo referendum nasce soprattutto da premesse storiche e sociali forti, di cui vi parlerà Sara a breve, e per traslarlo all'italiana sarebbe come se dopodomani le Regioni meridionali si appellassero al Regno delle due Sicilie e chiedessero di staccarsi dall'Italia (n.d.a. vi ricorda qualcuno?) In uno Stato come il nostro questo, come le altre idee più nordiche, è praticamente impossibile. L'Italia è un Paese molto recente pertanto, sociologicamente parlando, è già di per se frastagliata e divisa. Rotta a tal punto che, dalla "caduta" della DC unificatrice nel 1983, non c'è stato altro che un susseguirsi di legislature che, a tutt'oggi, hanno posto le fondamenta su crisi di governo, corruzione, tangenti, brogli elettorali, welfare state solo sulla carta (e potrei continuare a lungo) al punto da portare la nostra Nazione al debito pubblico di cui ho già ampiamente parlato.

Credete forse che il populismo che dilagherà sicuramente nei prossimi mesi per tutta l'Unione Europea salverà il nostro Paese dall'affondare?
Io il mio parere ce l'ho, lascio a voi riflettere e decidere.

Per completare l'analisi di Brexit tuttavia non possiamo ignorare il fatto che, come già anticipato, i Paesi che fanno parte dell'Unione Europea sono molto differenti tra loro. Ovviamente gli Stati membri godono di una seppur discreta possibilità di sottoscrivere o meno le procedure UE. Facendo ad esempio riferimento alla cooperazione rafforzata relativa ai regimi patrimoniali delle coppie internazionali in caso di divorzio, non solo la Gran Bretagna, ma anche Svezia, Danimarca, Estonia ed altri non hanno per ora aderito, mantenendo pertanto valida la normativa Nazionale a riguardo. Proprio per chiarire questo punto, non soffermandoci sui dati economici ma entrando nel vivo del "perché" per certi Paesi è necessario attuare delle trattative e delle eccezioni, Sara proverà a spiegarci come mai, forse, il Regno Unito ha, fin dal suo ingresso nel 1973, avuto accesso a tali concessioni straordinarie.

SaraForse una così grande discrepanza di voti tra Inghilterra e Scozia, ma anche Galles, guardando la mappa di distribuzione del voto, a prima vista può sembrarvi strana e molto sconvolgente. In realtà, conoscendo a fondo la storia del Regno Unito, è facile intuire come questo risultato fosse piuttosto prevedibile. Per farlo, però, servono appunto delle conoscenze abbastanza approfondite su quello che riguarda la cultura anglosassone, e, più nello specifico, quella britannica. L'ingresso "con benefit" dell'UK nell'allora Comunità Europea avvenne infatti fin da subito: l'EFTA e la CEEA negoziarono una serie di accordi per assicurare uniformità nelle politiche economiche delle due organizzazioni, sfociata infine nell'accordo per lo Spazio economico europeo. Tornando a Brexit, i tre concetti principali che hanno spinto la maggioranza a votare per uscire dall’Unione Europea sono infatti molto radicati nell’identità nazionale inglese: stiamo parlando di isolazionismo, nazionalismo e supremazia.

Per isolazionismo si intende, come suggerisce il nome, la tendenza a volersi isolare rispetto ad altri o ad un contesto generale. Ovviamente, la stessa condizione geografica ha fortemente influenzato questo tipo di ideale, se pensiamo al fatto che stiamo parlando per l’appunto di un’isola; la Gran Bretagna è sicuramente uno dei luoghi in cui la teoria isolazionista si è sviluppata di più al mondo, basti pensare a come qualunque inglese si riferisca all’Europa come “Continent” ed ai suoi abitanti come “continentals” (lo stesso termine venne usato per definire i ribelli delle Colonie durante la Guerra d’Indipendenza Americana, quindi è chiaro il suo significato con un sottofondo dispregiativo, quasi degradante). Non stupisce quindi che all’isolazionista Gran Bretagna l’Unione stesse un po’ stretta.

Di nazionalismo si parla spesso, a volte anche a sproposito, ma non c’è dubbio che in Gran Bretagna sia sempre stata presente un’idea di maggiore importanza del popolo inglese, nei confronti di tutti gli altri. Perciò uscire dalla UE, soprattutto alla luce dell’attuale crisi dei migranti, che avrebbe potuto nel futuro portare ad obblighi di accoglienza maggiori, possiamo capire che il "leave" sia stata una scelta piuttosto facile da prendere per l’elettorato medio, quello su cui le teorie nazionaliste hanno sempre fatto un più presa. Non bisogna inoltre dimenticare che stiamo parlando dello stesso Stato che, non molto tempo fa, pur non facendone parte voleva persino abolire il trattato di Schengen, di cui ha già parlato Cecilia.

Per ultimo, ma non meno importante, la mancanza di supremazia assoluta in Europa: alla Nazione che nell’epoca coloniale aveva come motto “Britannia rules the world” e che si faceva vanto di essere la più grande potenza imperialista, la mancanza di un ruolo di leader nell’Unione Europea, che sappiamo spetta in pieno alla Germania, non andava di sicuro a genio, ed è stato uno dei motivi fondamentali della vittoria del "leave" Brexit. Insomma, o noi si comanda o ce ne andiamo, molto terra a terra.

In Scozia e Galles, essendo anch’esse colonie inglesi in un certo senso, questi sentimenti nazionali sono meno accentuati, per questo probabilmente la scelta dei votanti è ricaduta maggiormente sull’opzione europea.
Solo il futuro ci potrà dire se l’influenza culturale sia stata propizia per la Gran Bretagna o se l’abbia condotta sull’orlo del precipizio.

Tornando a noi, come redazione unita, abbiamo cercato di fornirvi quante più informazioni possibili per avere una infarinatura generale su quello che è successo venerdì 23 luglio. Questa sera avverrà un primo incontro a Berlino tra Merkel, Hollande e Renzi, mentre già da venerdì i vertici del Parlamento Europeo a Strasburgo e la Commissione Europea di Bruxelles sono mobilitati per seguire l'andamento del "caso" Brexit, tutti con un occhio sempre puntato sulla BCE. Non sappiamo certo dirvi cosa succederà nei prossimi giorni, mesi e neppure anni. Sappiamo o temiamo però che, anche questa volta, pur entrando nei dettagli ci sia qualche particolare che sfuggirà a chiunque, lo stesso punto chiave che ha forse voluto "la Brexit".

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