Un padre moderno: Bruno Munari

[Attenzione: La voce narrante di seguito è un personaggio fittizio, così come tutti gli altri personaggi che interagiscono nel breve intreccio che segue, tutti liberamente tratti da film cult. Gli episodi sono frutto della mia fantasia, senza alcun legame con la realtà, pertanto rilassatevi e godete di questo chupito. Se è la prima volta che vi imbattete in questa rubrica, e vi appassiona la parte romanzata, vi invitiamo a seguirla dal suo primo capitolo che potete trovare qui]

Amici miei, ormai tutti sappiamo che la legge non è uguale per tutti, è sempre stato così e speriamo non lo sia per sempre. Dovete sapere che Storix si trova su una piazza in pieno centro storico, quindi ZTL, parcheggi riservati, ecc. Una sera, di ritorno da una presentazione del mio ultimo lavoro, mi sono fermato da Lloyd per rilassare i nervi, ed ho parcheggiato nell’unico buco disponibile, tra due macchine; bene, Bronco, la mia auto, era esattamente sopra la linea che delimita il parcheggio, ma di fianco erano parcheggiate altre auto, e come al solito nella giungla cittadina nessuno ormai fa caso a queste cose. Tranne i vigili. Infatti, abitando in centro, lascio la macchina parcheggiata e mi muovo a piedi o in bicicletta, dimenticando spesso dove la lascio. Per farla breve, mi hanno fatto la multa perché fuori dagli spazi contrassegnati. Ovviamente questo è stata motivo di dibattito da Lloyd, tra l’altro ci conosciamo tutti, e il vigile in particolare è veramente uno stronzo tarato male, insomma, un vigile. A nostra insaputa, in Dick era ormai entrato un tarlo maledetto nel cervello. In questi giorni, il bar super sciccoso (non so se si scrive così) della piazza è chiuso per lavori, quindi alcuni clienti si sono trasferiti da Lloyd, compreso uno stronzo che parcheggia sempre la Ferrari decapottabile in centro alla piazza, con tutta la gente che ammira la macchina, e naturalmente senza mai prendere una multa. Entra salutando coi suoi orribili denti finti, un metro e novanta di abbronzatura, su polo firmata, pantaloncini e mocassini senza calze. Da vomito. Si avvicina ad una ragazzina asiatica “Sai che la Ferrari là fuori è la mia?” “Spazzatura italiana” l’epica risposta della nostra amica. Avendo sbagliato l’ingresso, si dirige in silenzio al bancone e ordina una caffè. Dick si siede accanto e lo fissa. “Che hai da guardare amico?” Chiede baldanzoso “Non sono amico tuo bestione” il tizio allibito “Cosa??” “ Hai capito benissimo palle mosce”. Detto questo, Dick si alza e si dirige verso la Ferrari, si tira giù i calzoni e comincia a pisciarci dentro, un getto violento e infinito. La sua sfiga però è sempre dietro l’angolo, vestita da vigili e carabinieri che si trovano lì per caso, e portano via a calci, manganellate e spintoni il nostro amico, che si ribella urlando “Credevo fosse un cesso! Credevo fosse un cesso!”.

Ora sono seduto in vetrina, sorseggiando il mio ennesimo drink, e la Ferrari è parcheggiata al solito in centro piazza, come niente fosse, e mi chiedo: qual è l’utilità della Ferrari, intesa come auto? Perché le persone invece di lamentarsi di un abuso evidente, si fermano ad ammirarla con tanta passione? Il gusto della giustizia a piacimento sembra ormai consolidato in noi. Tendenzialmente il cittadino medio separa il bene dal male in base al legale ed illegale, pronto a sgozzare a piacimento qualsiasi atto di umana comprensione, ma i soldi possono cancellare questo confine, tramutando la rabbia repressa in ammirazione, guidandoci a testa china verso il fondo della fogna morale, accettando qualsiasi manipolazione senza batter ciglio, in totale trance. Il gusto della trasgressione è un lusso per pochi eletti, e spesso gli artisti vengono ricordati proprio perché tacciati di essere  “maledetti”, e l’eco delle proprie opere risuona attraverso le vite ribelli, lucidando anche opere che spesso tanto grandi non sono, ma tanto basta per consolare il piattume delle nostre bieche vite. Ad esempio, nel nostro piccolo, Dick anche oggi viene spesso citato e riconosciuto non perché sia un bravo professore ed autore illustre, ma perché scombussola la vita quotidiana con scatti di assoluta follia apparente, senza i quali la sua produzione non avrebbe forse così tanto successo. Questa pigrizia mentale mi infastidisce, soprattutto perché molte abitudini, conoscenze e tecniche da noi utilizzate comunemente, attivamente o passivamente, le diamo per scontate, ma in realtà sono il concepimento di una lunga ricerca, attraverso vite di uomini talmente straordinari nella loro semplicità, che spesso li sentiamo nominare e boom, passano come un lampo: un nome come tanti, uno sfigato come un altro. Il succo di questa lunga premessa ha un nome ed un cognome: Bruno Munari.  Data la grandezza e la vastità della sua vita, questa biografia sarà concentrata in poche righe. Scusate il controsenso.

Nasce a Milano nel 1907, nel 1926 termina gli studi tecnici a Napoli e ritorna a Milano come grafico presso lo studio dello zio. Abbandona quasi subito il lavoro sicuro, per dedicarsi alla ricerca attraverso le arti. In quel periodo è vicino alla seconda ondata del futurismo, e nel 1927 partecipa alla “Mostra di 34 pittori futuristi” dove appare la sua prima opera pubblica “Costruire”. E’ l’inizio di una ricca e fortunata produzione. Comincia a collaborare a varie mostre, si dedica alle illustrazioni e cominciano i primi contatti con il movimento astrattisti e dei costruttivisti. Questi sono anche gli anni delle celebri “Macchine inutili”, del suo pellegrinare oltre confine, delle contaminazioni continue, dell’esplosione del suo lavoro di grafico, che procede parallelo con la sua carriera artistica. Gli anni quaranta sono dedicati ai bambini, attraverso una serie di libri didattici che lo vedono impegnato come autore, grafico ed illustratore, insomma un riassunto della sua arte. In questo periodo, con Soldati, Dorfles e Monnet, fonda il MAC ovvero il movimento per l’arte concreta, che condiziona tutto il lavoro successivo, annettendo al campo artistico moderno figure come grafici, architetti e industrial designers, allargando anche il proprio raggio di azione. Il suo contributo al boom economico è notevole, sotto tutti i punti di vista: padre della moderna grafica e pubblicità, collabora in modo attivo con i più grandi marchi italiani, rivoluzionando il concetto di comunicazione. L’innovazione tecnica al servizio dell’arte, o l’arte al servizio dell’industria, fanno di Munari un vero genio del 900, tanto che, tra i tanti riconoscimenti, gli vengono assegnati tre compassi d’oro più uno alla carriera. Approfondisce il tema dell’infanzia, collaborando, tra gli altri, con Gianni Rodari, e il metodo Munari è ancora oggi riconosciuto come importante modello per lo sviluppo del pensiero progettuale creativo.

Molto attivo anche in tarda età, si spegna a Milano all’età di 91 anni.

Come preannunciato, la biografia è stata breve, ora fatelo voi uno sforzo, merita davvero. Se invece volete continuare a bere, beh, passate pure da Lloyd, dovrebbe esserci una vecchia copia di “Da cosa nasce cosa”.

No, non vi offro un cazzo.

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