Cinema Apple-o

Siamo nel 1984.
Una donna corre brandendo un martello. Dietro di lei decine di agenti in tuta antisommossa cercano di fermarla. Da uno schermo un volto recita imperioso “La nostra unificazione di pensiero è un’arma più potente di qualsiasi flotta o esercito sulla faccia della terra… i nostri nemici parleranno a sé stessi fino alla loro morte e noi li seppelliremo con la loro stessa confusione”. La donna si ferma dietro lo schermo. Lancia il martello. Lo schermo esplode. La rivoluzione può cominciare.

La rivoluzione in effetti cominciò. E fu la rivoluzione della Apple.
Tramite questo spot sovversivo l’azienda statunitense introdurrà infatti sul mercato il primo “Macintosh”, creando un’alternativa, l’Alternativa, ad IBM; compagnia che in quegli anni puntava ad un completo dominio in campo informatico.
A dirigere la clip fu chiamato quel Ridley Scott che solo due anni prima si era confermato nell’olimpo dei grandi registi con un film di fantascienza diventato un cult per molte generazioni: Blade Runner.
In questo scenario futuristico, la società utopica auspicata dalla creatura di Steve Jobs trova perfetto riferimento in 1984 di George Orwell che, fatalmente (per selezionare l’anno lo scrittore aveva deciso di invertire le cifre della data di stesura del testo, 1948), sarà proprio l’anno nel quale la Apple lancerà il suo prodotto più famoso. Rimandando esplicitamente al capolavoro dell’autore britannico, i titoli di coda dello spot affermano infatti: “capirete perché il 1984 non sarà come “1984"”, lanciando un monito di democrazia tecnologica e pluralità commerciale. Da qui in poi l’esponenziale crescita di una società che modellerà il tessuto della quotidianità occidentale in ogni suo aspetto, con prodotti dall’interfaccia friendly, catchy ed altre parole terribili, portando a imitazioni, parodie e continui riferimenti artistici (in ultimo la produzione di due film in soli tre anni che vedono come protagonista Steve Jobs, interpretato prima da Ashton Kutcher e successivamente da Michael Fassbender).
Ma se 1984 non è stato, cosa sarà del 2015?
Alla luce degli ultimi avvenimenti che hanno visto la città di Milano perdere due dei tre storici cinema del centro, con il Cinema Apollo destinato ad essere smantellato per fare posto ad un “apple-store vetrato, la situazione profetizzata dallo spot del 1984  appare ribaltata, e le premesse anti distopiche tradite, almeno parzialmente. Se il Cinema Odeon sembra destinato ad essere inglobato dalla ampliamento della Rinascente, a colpire maggiormente l’attenzione pubblica è stata ovviamente la voce sul cinema della Galleria, che ha lasciato la parte della popolazione milanese e non, ancora affezionata alle cinque sale d’essai, letteralmente senza parole.
Due notizie identiche che nell’arco di un paio di giorni hanno portato ad una vera e propria mobilitazione da parte dei cittadini. Come ricorda “Il Corriere della serasono state raccolte più di sette mila firme per salvare il cinema, e molte sono state le manifestazioni di dissenso sui social network.

Non è il caso di una mobilitazione dai toni anti progressisti o vagamente anacronistici, ma una presa di coscienza su una doppia notizia che sarebbe sbagliato non analizzare in nome del continuo progresso, del continuo ammodernamento. Perché Milano è in Lombardia la città che più di tutte ha l’obbligo, nonché l’onore, di promulgare la cultura in ogni suo aspetto, compresa quella cinematografica.
L’Odeon e l’Apollo rappresentano due delle poche possibilità di divulgare un cinema d’arte, di nicchia, favorendo da sempre il circuito indipendente, spesso così carente al botteghino, ma così tante volte fautore di gioielli stilistici e narrativi, promotore di avanguardie e biopic inusuali, di in un cinema dai costi contenuti, in grado di trasportare l’arte fuori dalle trame pop del multi sala.
Con questo non si attua certo una demonizzazione dei vari UCI, CINELANDIA, CINEPLEX ecc., ma è necessario ricordare come la pluralità di divulgazione artistica, nonché d’ informazione (e colpisce come la notizia sia giunta negli immediati giorni dopo il caso “Mondadori/Rizzoli”) sia la condicio sine qua non della democrazia e che la preservazione del patrimonio mediatico di un’arte che non può avere alcuna voce senza la propria componente distributiva (il prodotto filmico si basa infatti su un doppio movimento “produzione/proiezione”), sia un’oggettiva necessità, soprattutto in un’attualità segnata dal dominio delle produzioni hollywoodiane che controllano gran parte del mercato internazionale; in un paese che ha l’assoluta esigenza di un circuito distributivo parallelo e di un cinema nazionale alternativo, differente, basato sulla novità e su registi il più possibile al di fuori delle logiche di mercato e sempre più introdotti in quelle artistiche, Apollo e Odeon erano due grandi risposte all’incancrenirsi della distribuzione nostrana, ai quali sarebbe stato opportuno concedere sempre maggiori incentivi.
E proprio sul piano metaforico delle logiche di mercato si sofferma questa riflessione.
Perché, se trascritta in un libro, la vicenda che ha coinvolto i due cinema avrebbe il sapore di una banale metafora sul consumismo come inceneritore di diversità, sull’avidità del mostro capitalista che assoggetta al proprio volere cultura e tradizione, in nome di un millantato progresso economico. Un’annoiata figura retorica di uno scrittore poco ispirato.
Eppure è proprio quello che sta accadendo.
La verità è infatti che a denominatore comune del tutto c’è un mostro molto più grande del capitalismo. Molto più grande del potente che risucchia il più piccolo. Molto più arrogante di un futuro cieco che demolisce indiscriminatamente istituzioni culturali e artistiche.
C’è l’esasperato e disilluso addio alle armi dell’Alternativa. Un’Alternativa che non viene più inglobata, ma  imbavagliata e rassegnata all’assenza di prospettive si lascia inglobare silenziosamente, china il capo e cammina verso il patibolo con le braccia cadenti.
Chiude la bocca per adottare la prospettiva comune e la riapre solo per dire a chi ancora non si era arreso, a chi alla diversità e alla protesta rimaneva aggrappato con ogni sua forza: “Lasciate stare ragazzi. Non ne vale la pena”.

se volete firmare la petizione per salvare il cinema Apollo firmate la petizione che trovate qui

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