Jep Gambardella presenta il suo libro

ATTENZIONE: L’articolo che segue, col relativo linguaggio, è liberamente ispirato allo stile del regista, ricalcandone espressioni gergali e modi di fare. Mi è quindi d’obbligo precisare che nè i contenuti, nè lo stile vogliono essere offensivi nei confronti di nessuno.

Roma è sempre stata così. Da che io ricordi almeno.
Cambiano la musica, le epoche e i vestiti. Si succedono le donne in carriera. L’unica cosa a non cambiare mai è l’odore.
Si è sedimentato tra le sottane nelle discoteche e le statue degli angeli con i loro carri. Quell’odore di vita pronta a marcire ma mai del tutto sopita, dove si gioca a carte la triste consapevolezza della vita mondana, e si spera di perdere.
Scorgere la bellezza non è sempre facile, e io mi sento così invecchiato mentre parlo con voi, così stantio, così privo di interesse.
Mi sono concentrato, e trovare il bello non è facile quando si è circondati da tutta questa magnificenza. Distinguere il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato, la sincerità dall’ipocrisia. E’ un pieno di parole, di cavi che non si staccano, di ronzii incessanti dentro le mie orecchie, un continuo dialogo con me stesso perché mi è proibito quello con gli altri. Come Raskolnikov, il protagonista di “Delitto e Castigo”, così tragicamente bello.
Inizia un pochino a dolermi la schiena, e non so quanto io regga seduto nella stessa posizione, ma penso di essere in buona compagnia in mezzo a tutti voi, perché il Colosseo sta’ crollando, ed è meglio che ce ne facciamo tutti una ragione invece che millantare le nostre sconfitte come vittorie e proporre continuamente nuove idee per la restaurazione, e altre parole del genere.
Ai miei lettori non interessano parole come questa. “Restaurazione”… villanerie del linguaggio, brutalizzazioni della poesia, così noiose, così fatiscenti.
Questo libro andava finito.
Sul Gianicolo c’è una fontana candida, immacolata come lo spirito che Roma non ha mai avuto. Ma non la si prenda come un’onta, perché è questo il prezzo dell’arte, ed è questo il prezzo della bellezza. Gli animi puri non sono bellezza per questo mondo, sono così giustamente privi di interesse, scialbi e non terreni, brutalmente estranei. Belli solo per il paradiso. E questo non è il paradiso. Qui si ama e si vomita. Si accarezzano i capolavori. Si può accarezzare una donna e gettarla via. Qui si potrebbe dare sfogo alla propria sessualità sulla punta più alta della basilica di San Pietro ed urlare alla città intera. Ma, ad un certo punto, anche il sesso diventa privo di interesse, e non si ha più voglia di perdere tempo.
Si chiama Fontana dell’acqua Paola, e l’acqua scorre tra i canti divini, dove la morte può sopraggiungere in ogni momento, anche di fronte a tanta bellezza.
Non riesco a prendermi del tutto sul serio, non riesco a prendere del tutto sul serio anche questo romanzo, i discorsi che volete io faccia, i ricordi, le parole, la vuotezza di spirito. Che cosa stiamo per presentare in fondo se non il fallimento degli uomini? Questo libro parlerà di bellezza, lo so, e saranno chiacchere in piena libertà, niente di ordinato o di prestabilito, ma una cosa mi sento di doverla anticipare, ad onor del vero, che per scrivere un romanzo come per scrivere qualsiasi cosa sia rivolta ad un pubblico, che sia composto da una, cento, mille persone, si deve fare ricerca. E vivere incessantemente la propria realtà, o quella che ci si è costruiti, prima della grande pausa dentro sé stessi. Per ritrovarsi è necessario perdersi un po’.
Per scrivere questo libro ho dovuto cercare molto, in ordine sparso, cercare disperatamente nei nostri salotti tra amici, dove non abbiamo toccato altro argomento se non la cucina, l’incensazione di noi stessi, delle nostre fandonie. Del nostro rapporto coi nostri bambini. Lo so, lo so, ma se non sono miei sono miei lo stesso, i figli sono i figli di tutti. Ho scrutato tra le luci psichedeliche alle quattro di notte e le cubiste in minigonna. Tra i teatranti disperanti che elemosinano per una parola d’approvazione che tanto non gli daremo, solo qualche sparuta gioia, a tratti, quando ne avremo la voglia. Sono passato tra le labbra siliconate di fianco al Campidoglio e alla sofferenza istituzionalizzata di un funerale, i preparativi e la scelta degli abiti, le stelle nazionali al ristorante e la degradazione di quanto di più sacro esista. L’arte meccanica che viene proposta con tedio nei nostri giardini, la fustigazione e la frustrazione nell’esposizione delle nostre vittorie, io…io…io, i miei figli…mia figlia. Ho visto dei genitori condannare i propri figli alla gogna dei propri interessi e forzarli a quegli interessi stessi. Mi hanno sfiorato prostitute che non volevano neanche farsi toccare, ma smerciare la visione del proprio corpo come fosse un Caravaggio, un Botticelli o che altro e fare l’amore con qualche attore sottopagato. Sono passato di fianco alle domande che ho posto senza ottenere risposta, un minimo di gratificazione. E ho finito per piangere, mai da solo, sempre da solo.
Poi, però, il silenzio. Tre parole scelte con cura. E la magia del monumento che è il mio ricordo, qualcosa di finalmente invisibile agli altri se non a me stesso, il fugace momento di immensità a cui resto aggrappato perché non si deteriori. Il silenzio della contemplazione, la reverenza nei confronti del sacro che vive nella quotidianità, l’elemento non ostentato del mio amore, della gioventù che accolgo e porterò in seno per l’Altare della Patria e le rovine, tra la Fontana di Trevi e i comignoli e i focolari, gli artisti di strada e i maghi innamorati di vita, la religione della bellezza che parla con Dio e non di Dio, mi bacia sulle labbra e mi culla nel silenzio. E allora una suora mi abbraccia con gli occhi che non guardano dentro i mei ma setacciano la terra alla ricerca delle radici della mia esistenza e di quella di tutti i disperati come me, alla volta dell’alba.
E’ ora di andare a letto.
Questo libro doveva essere finito.

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