Dannazione Chuck!

Qualche giorno fa alcuni miei amici di Bologna hanno lanciato una campagna: “il libro dei tuoi sedici anni”. Tra i vari Jack Frusciante è uscito dal gruppo (Enrico Brizzi), Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (Christiane Vera Felscherinow) e Il giovane Holden (J. D. Salinger) io me ne sono rimasta in silenzio, perché a sedici anni ho passato la mia estate a leggermi tutto ciò che potevo trovare di un unico autore: Chuck Palahniuk. Avevo passato l’intero anno scolastico alla scoperta del cinema brutale: partendo da Arancia Meccanica, mi ero poi orientata su quel che fino ad allora aveva girato Tarantino (si parla del 2003 n.d.r.) per concludere con David Fincher: Se7en e di seguito Fight Club.

Credo sia stato proprio il “narratore” Edward Norton, che già avevo adorato in American History X, a farmi scoprire Palahniuk. Inutile dire che l’ho subito idolatrato. Nel 2003, l’autore statunitense aveva all’attivo ben sei romanzi, tutti più o meno incentrati sul culto della violenza, sulla decadenza della società americana e sulla totale amoralità. Insomma, per una adolescente in piena fase caotica e rivoluzionaria era una manna dal cielo.

Facendo un breve sunto di ciò che imparai da Chuck quell’estate fu che: tutti abbiamo delle maschere e giochiamo un ruolo sociale (Fight Club 1), la religione non è poi questa grande cosa (Survivor 2), essere belli fuori è importante perché il mondo è apparenza (Invisible Monsters 3), il sesso è fantastico ma non puoi fare a meno di considerare i risvolti sentimentali (Choke 4), prima o poi tutti moriremo (Lullaby 5) e infine che non ti puoi fidare di nessuno, forse neanche di te stesso (Diary 6).

Una estate proficua tutto sommato: ho capito di non essere immortale, che l’umanità fa schifo, e non solo quando hai sedici anni, che la società è mero consumo e apparenza, che le dipendenze sono una cosa da evitare ma che nessuno di noi ci riuscirà mai e infine che sì, è la vita in generale a fare proprio schifo.

Ovviamente non mi sono fermata e ho continuato a seguire gli insegnamenti di colui che ormai era diventato non tanto un idolo a livello letterario, quanto un vero e proprio guru di vita. Proseguendo infatti con Haunted 7 ho iniziato anche ad odiare la massa e la televisione, ideale pienamente confermato da Snuff 8 (una volta superato lo scoglio del “sto davvero leggendo un romanzo pornografico che parla allo stesso tempo di morte, incesto e miti del cinema anni ‘50”). Nello stesso periodo mi sono anche procurata due saggi, Stranger Than Fiction: True Stories 9 e Fugitives and Refugees: A Walk in Portland, Oregon 10, dove l’autore mette a nudo se stesso, giocando molto bene con l’ambivalenza tra verità e finzione, dichiarandolo persino nel sottotitolo di Stranger Than Fiction ovvero: Quando la realtà supera la fantasia.

Insomma, fino alla mia prima laurea, non dico che sia rimasto nella top five dei miei scrittori preferiti di sempre, ma il sesto posto se l’è guadagnato di sicuro. La sua capacità di giocare su questi opposti, vita vera e immaginazione, sogno e veglia, reale e idealizzato, hanno fatto di lui un grande scrittore. Come se non bastasse, credo di poter affermare senza esitazione che, fino al 2009, Chuck Palahniuk è stato uno dei pochi a saper dare vita ai desideri repressi di ognuno di noi. Leggendolo, a venti come a cinquant’anni, non c’era all’interno dei suoi libri almeno un capitolo, una frase, un personaggio, nel quale ognuno di noi non riconosceva parte di sé.

Poi è uscito Pygmy 11, e la grammatica e il lessico volutamente sconnessi in realtà hanno confuso anche una accanita lettrice come me. I personaggi hanno perso all’improvviso tutto lo spessore che si erano guadagnati nei romanzi precedenti, la critica sociale è diventata fin troppo ostentata e, una volta terminata la lettura, la sola cosa che resta è una discreta amarezza. Ma Palahniuk non sembra affatto turbato dalle critiche mosse dal suo pubblico affezionato, così rincara la dose: esce infatti l’anno seguente Tell All 12 ed è inutile sottolineare come il dispiacere diventa ormai rimpianto. Sarà che l’uscita coincide con la collaborazione fissa dello scrittore con la rivista Playboy, sarà che Chuck sta affrontando una crisi artistica che lo vede costretto a riprendere i suoi vecchi successi e ammassarli in un’unica storia senza senso, sarà quel che sarà ma di certo, personalmente, mi riprometto di pensarci almeno dieci volte prima di comprare nuovamente un suo romanzo. E così, per i suoi ultimi due libri, Damned 13 e Doomed 14 mi affido alla biblioteca. La verità? Non me ne sono pentita affatto. Entrambi sembrano libri scritti per ragazzine, ma non di certo per una “me” di sedici anni. Credo di poter affermare che lo spunto preso dal film Breakfast Club non serva a salvare da quello che i due romanzi sono a tutti gli effetti: mix tra Twilight, Gossip Girl e gli ultimi film della Coppola mescolati alla buona in modo da continuare con una critica sociale facendo leva sullo stesso target al quale la critica è rivolta.

E, benché questa potrebbe essere una spiegazione sensata della totale caduta di stile, classe, cinismo e tendenza critica dell’autore, io mi dispiace ma Chuck non lo perdono ne lo perdonerò mai.

Gli amanti dello scrittore avranno notato che tra tutti ho tralasciato un romanzo, uscito in Italia nel 2007: Rant: An Oral Biography of Buster Casey 15. Ne parlo solo ora perché sono parecchio arrabbiata con Chuck Palahniuk in quanto, come credo qualsiasi lettore appassionato, dopo Damned e Doomed, quell’amarezza e quel rimpianto si sono tramutati in una delusione pericolosamente vicina al disprezzo.
Tuttavia ho deciso di lasciare Rant come ultimo libro citato perché dopotutto, se dobbiamo salvare il salvabile, trovo che sia forse in più grande romanzo scritto dall’inizio del nuovo millennio.
Rant non è semplicemente il punto di arrivo della produzione di Palahniuk, Rant è il contenitore del suo come del nostro universo: divisione netta tra notturni e diurni, sociopatia e ogni patologia legata all’era contemporanea, violenza portata all’estremo, decadenza di ogni valore morale, precarietà dell’intero genere umano, crisi esistenziali causate da una società che disprezza chiunque sia “diverso” dai canoni imposti dalla massa, morte e rabbia, rabbia, rabbia ovunque. Rabbia come virus, rabbia come malattia. Di cui tutti soffriamo, è ovvio, ma forse, come ci ricorda Buster Casey “nessuno è felice, da nessuna parte”, quindi tanto vale accettare le cose come stanno, e forse non mi riferisco soltanto al tracollo totale della scrittura e dei romanzi di Chuck Palahniuk.

 


1 Fight Club, Edimar, Milano, 1998.
2 Survivor, Mondadori, Milano, 1999.
3 Invisible Monsters, Mondadori, Milano, 2000.
4 Soffocare, Mondadori, Milano, 2002.
5 Ninna nanna, Mondadori, Milano, 2003.
6 Diary, Mondadori, Milano, 2004.
7 Cavie, Mondadori, Milano, 2005.
8 Portland Souvenir. Gente, luoghi e stranezze del Pacific Northwest, Mondadori, Milano, 2004.
9 La scimmia pensa, la scimmia fa. Quando la realtà supera la fantasia, Mondadori, Milano, 2006.
10 Gang Bang, Mondadori, Milano, 2008.
11 Pigmeo, Mondadori, Milano, 2009.
12 Senza veli, Mondadori, Milano, 2010.
13 Dannazione, Mondadori, Milano, 2011.
14 Sventura, Mondadori, Milano, 2014.

15 Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey, Mondadori, Milano, 2007.

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