“Figlio di nessuno”

Questa produzione serba e croata si basa su una storia realmente accaduta. Dopo essere stato ritrovato sulle montagne della Bosnia da alcuni cacciatori, un bambino cresciuto tra i lupi viene condotto nell’orfanotrofio di Belgrado. Qui riceve per la prima volta un’educazione: impara a camminare, a vestirsi, a mangiare con le posate, a parlare e stringe un forte legame con Nika, l’unico bambino che mostra attenzione nei suoi confronti. Dopo oltre quattro anni, nel corso dei quali si adegua alla sua natura umana e riesce a conseguire il diploma di prima elementare, scoppia la guerra ed il destino lo porta a combattere sul fronte bosniaco. Durante una notte, Haris - questo il nome assegnatogli - arriva a prendere un'importante decisione in completa libertà.

Vuk Rsumokiv realizza un film emozionante in ogni sua fase, con un finale aperto che lascia senza dubbio un’inquietudine profonda nello spettatore. Il non casuale distacco stilistico evidenzia l’analisi critica del regista e sceneggiatore quarantenne nei confronti della Jugoslavia e, più in generale, della civiltà umana: se, infatti, il piccolo protagonista acquisisce lentamente una propria consapevolezza, gli uomini perdono la loro a causa della ferocia delle guerre e delle divisioni etniche. Di grande valore la sceneggiatura, priva di sbavature e di ricami inutili, strutturata al fine di rendere palese, anche attraverso i particolari più piccoli, l’ondeggiare della nostra civiltà: dai piedi nudi alle scarpe da ginnastica agli anfibi per il fronte, dal cibo crudo a quello cotto e condito al rancio, dai giocattoli infantili alle armi, dalla convivenza pacifica tra persone diverse all’odio etnico. Il giovane Denis Muric offre una prova attoriale di grandissimo pathos, ricca di sguardi e di sfumature; due su tutte: le sue reazioni quando rivede la pioggia attraverso il vetro della finestra e quando trova l’amico Nika morto. Alcuni hanno individuato in questa pellicola tracce di “Greystoke” (1984), “I 400 colpi” (1959), “Il Libro della giungla” (1967), “Il ragazzo selvaggio” (1970). Se si esclude lo sguardo amorevole del regista nei confronti del protagonista - come quello di Francois Truffaut - è totalmente nuovo in ogni aspetto e particolare. Il film ha vinto il Premio Miglior Sceneggiatore, Premio Fipresci e Premio del Pubblico al Festival 2014 del Cinema di Venezia. Il film è sottotitolato, ma i dialoghi non eccessivi rendono facilmente fruibile la storia.

Consigliato a: chi vuole scoprire il cinema serbo e croato, chi è curioso, chi si interessa al mondo contemporaneo in cui vive. Voto: 7,5.

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