Al cuor non si comanda: Gaetano Bresci

[Attenzione: La voce narrante di seguito è un personaggio fittizio, così come tutti gli altri personaggi che interagiscono nel breve intreccio che segue, tutti liberamente tratti da film cult. Gli episodi sono frutto della mia fantasia, senza alcun legame con la realtà, pertanto rilassatevi e godete di questo chupito. Se è la prima volta che vi imbattete in questa rubrica, e vi appassiona la parte romanzata, vi invitiamo a seguirla dal suo primo capitolo che potete trovare qui]

Come sempre accade nel periodo che segue la presentazione del mio ultimo lavoro, mi prendo una sana pausa di relax, quindi, come tutti i bravi ragazzi moderni, vado da Lloyd a massacrarmi di aperitivi. Oggi l’età media è alquanto bassa, liceali ben vestiti si ammazzano di selfie dicendo porcate di ogni sorta. Mi siedo al tavolo con Dick, ancora gonfio di botte degli sbirri dopo l’episodio della Ferrari: sembra un Picasso. Neanche il tempo di sorseggiare il drink appena arrivato, che Dick è attratto dal dialogo degli sbarbatelli “Fanno bene a massacrarli di botte ste zecche del cazzo, ci vuole più potere alle forze dell’ordine”. Inutile dire che Dick ignora completamente il nostro dialogo e si dirige verso il gruppetto, strattona il braccio al capetto del gruppo e, senza mollare la presa, gli si avvicina alla faccia: “Quando avevo la tua età i preti ci dicevano che potevamo diventare o poliziotti o criminali, oggi quello che ti dico io è: quando hai davanti una pistola carica, qual è la differenza?” Impressionati, impauriti, scioccati, praticamente scappano dal bar. Questa piccola lezione mi riporta alla mente un giovane ribelle di inizio 900, Gaetano Bresci, il protagonista di oggi.

Nasce nel novembre del 1869 a Coiano, vicino Prato, figlio di una normale famiglia artigiana. Dopo gli studi professionali, comincia a lavorare, distinguendosi per le sue abilità di operaio all’interno della fabbrica. Essendo questi anni un po’ turbolenti, anche la sua fabbrica viene accesa dal sacro fuoco della ribellione, e naturalmente prende parte al suo primo sciopero, che gli costa la galera e, di seguito, il confino di un anno a Lampedusa insieme ad altri amici, tacciati come anarchici sovversivi. Dopo la liberazione, vaga, lavorando onestamente, per il nord Italia, ma nel dicembre del 1897 emigra negli USA e dopo una breve sosta a New York, si trasferisce a Paterson. La sua vita di operaio sposato con figli, prosegue parallelamente con la sua sete di giustizia sociale, ed insieme ad altri esponenti dell’allora movimento anarchico, promuove attività di risveglio delle masse dall’oppressione del potere moderno; sono anni violenti, culminati in Italia con la strage da parte del generale Bava Beccaris contro la nota “rivolta dello stomaco”, in cui dà l’ordine di prendere a cannonate i manifestanti affamati. L’eroico gesto del generale viene premiato dal re Umberto I con la Gran Croce dell’ordine militare di Savoia e successivamente con la nomina di senatore. Quando si dice la goccia che fa traboccare il vaso. Lascia il suo lavoro e la famiglia e, armato di rivoltella, torna in Italia per compiere il gesto per cui ancora oggi viene ricordato. Dopo un breve pellegrinare, forse per studiare bene il suo piano, giunge a Monza per assistere al corteo reale di ritorno da un concorso ginnico; la scena è di facile immaginazione, con il re in piedi sulla carrozza scoperta che benedice i sudditi, scortato dalle più alte cariche monarchiche. È il 29 luglio del 1900 e il nostro amico, nascosto tra la folla, spara tre colpi di rivoltella contro il monarca, uccidendolo. Naturalmente, il popolo italiano, tenta di linciare il Bresci che, ironia della sorte, viene salvato dal maresciallo che lo arresta. Non solo. Dopo il Bresci, vengono arrestati i suoi più stretti amici e vecchi colleghi, e suo fratello Angiolino, in piena carriera militare, si suicida per la vergogna. La giustizia fa sempre il suo corso. Suo malgrado è probabilmente anche una delle cause dei dissapori tra la Kuliscioff e il suo amato Filippo Turati, poiché quest’ultimo si rifiuta di assumere la difesa al processo di Gaetano per paura dell’opinione pubblica. Processato e condannato all’ergastolo in un lampo, viene rinchiuso prima a San Vittore, poi nel carcere di Forte Longone sull’Isola d’Elba. Con l’ordine di essere sorvegliato a vista, in totale isolamento, viene trovato impiccato nella sua cella, come sovente capita con le morti di Stato.

La sua è una vita breve, intensa, e mi piace ricordarlo con la sua celebre frase pronunciata dopo l’arresto:

"Non ho ucciso un uomo, ho ucciso il re, ho ucciso un principio”.

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