Il cavaliere oscuro. L’inquadratura e lo stacco mancato: si può avere "a nero"?

Alfred è seduto nel consueto bar di Firenze.
Si guarda attorno come a cercare qualcosa.
Niente di quello che vede può alleviare il suo dolore.
Bruce è morto. Batman è morto. E lo spettatore con lui.
Poi uno sguardo in macchina. Un sorriso. Un cenno con la testa.
Lo spettatore ha capito tutto. E’ in piedi sulla sedia e urla “Bruce è vivo. Bruce è’ felice”.
Il finale perfetto di un film che ha preso in prestito l’epica omerica, conducendola mano per la mano nel ventunesimo secolo.
Gli occhi di Michael Caine che guarda in camera sono la degna conclusione di una trilogia dalla bellezza mastodontica.
Quello sguardo verso il pubblico è il giusto commiato dell’opera. Una gesto di riverenza e rispetto verso i fan. Un gesto dal grande impatto emotivo.
Il maggiordomo sembra dire: “Siete voi Batman. Siete voi Bruce. Siete voi gli eroi. E siete felici”.

Eppure la sequenza continua. Nessuna chiusura. Nessuno stacco a nero.
Ora lo spettatore vede Bruce Wayne seduto al tavolo con Selina Kyle, felice. Ma questo già lo si sapeva, giusto?
Il film si chiude.
E l’adrenalina che aveva pervaso la sala fino a quel momento è drasticamente calata. E tutti sono, molto probabilmente, più scontenti. Di nuovo normali.

“Qualcosa mi ha disturbato” direbbe Seann Penn in This Must be The Place (2011), capolavoro di Paolo Sorrentino.
E, in effetti, in quest’ultima inquadratura di The Dark Knight Rises qualcosa risulta disturbante, suonando così similmente a un congiuntivo sbagliato.
Una ripetizione. Un’immagine petulante.
Ma se già lo spettatore sapeva che Bruce Wayne non fosse morto, perché vederlo in salute dovrebbe rappresentare una forzatura?
E se già lo sapeva, perché mostrarlo?

Che sia la logica di massa, che spesso induce a non apportare punti di sospensione al finale di un film pur di evitare ambiguità e delusioni, oppure una mancanza di coraggio da parte di Christopher Nolan nel terminare la saga capolavoro de Il cavaliere oscuro senza concludere esplicitamente ogni linea narrativa, non sarà forse mai dato saperlo. Quel che è certo però, è che la sequenza sopra descritta porta ad una riflessione fondamentale nell’economia cinematografica.
Quando è giusto mostrare o meno qualcosa?

Purtroppo, o per fortuna, il cinema non è una macchina regolata da leggi fisse. Non è una lingua con stilemi inviolabili, ma un linguaggio, una grammatica colma di eccezioni, satura di norme generali, pronte ad essere infrante.
E’ arte. E quest’arte ha un’unità di base su cui strutturarsi: l’inquadratura. L’unità minima del prodotto visivo, assimilabile al concetto di “Metonomia”, la parte per il tutto. La porzione di spazio impressionato nel contesto più ampio del fuori campo. Ogni inquadratura possiede infatti un “non mostrato” (il fuoricampo, appunto), che comunica costantemente con lo spettatore e con i personaggi protagonisti.
Ci si potrebbe inoltre dilungare sulle molte caratteristiche tecniche che possono modificare la porzione di spazio inquadrata, sull’importanza delle pesature compositive per creare ulteriori significati e sul rettangolo di focalizzazione. Ma la nostra riflessione verte in un’altra direzione.*
La questione rilevante trattata in questo articolo è in realtà semplice, ma richiede risposte articolate.
Quando un’inquadratura è di troppo? E, soprattutto, quando è giusto “tagliare” un inquadratura, tramite il processo di post-produzione?

“La scelta è a discrezionalità dell’autore”, si potrà pensare inizialmente. “Non essendoci leggi, non esisteranno inquadrature corrette o meno”.
Non ci si lasci scoraggiare dall’apparente banalità della considerazione. Essa è una linea guida generalmente valida. Le possibilità espressive di un regista sono infinite. Ma ci sono alcuni indicatori di cui un cineasta dovrebbe sempre tenere conto per la buona riuscita del prodotto filmico.

Il primo elemento imprescindibile ed esplicito, in particolare in un blockbuster, è il pathos: l’attenzione dello spettatore deve essere sempre vigile. Egli deve continuamente essere attratto da ciò che gli è mostrato. Attrazione empatica che può essere ottenuta per enfasi, tramite il narrato, la colonna sonora ecc., o anche per negazione, tramite una regia distaccata, cinica e ironica. (Es. La morte del padre in Nynphomaniac (2014) di Lars Von Trier).
Si lascia intendere quindi che un’inquadratura in più o in meno, potrà inficiare sull’emotività dello spettatore.

Il secondo elemento, inestricabilmente connesso al primo è il Ritmo. Dovuto ai due tipi di movimenti cinetici presenti in un film (Interno: Movimenti di macchina e movimenti delle persone. Esterno: grandezze scalari) esso comporta delle scelte espressive precise (la maggior o minor “lentezza” del film) e un preciso grado di appeal sul pubblico.
La scelta di inserire o meno un’inquadratura e la lunghezza della stessa può quindi rallentare o accelerare il ritmo in maniera drastica. (Es. Durante l’inseguimento ne I predatori dell’arca perduta (1981) di Steven Spielberg, due rapidissime inquadrature ne spezzano altrettante di lunghezza protratta, creando un ritmo empatico ed instabile).
A tal proposito Roger Spottiswoode si prodigò in uno studio d’analisi grafica dell’inquadratura, imbattendosi in quello che definirà “picco d’attenzione”, un immaginario punto di un grafico oltre il quale il taglio attuato avrebbe rallentato il ritmo, e prima del quale l’inquadratura non avrebbe ancora esaurito i suoi significati.

Il terzo e ultimo elemento di trattazione è quello più discrezionale ed intuitivo. La Significatività: quando un’inquadratura è necessaria? Quando aggiunge significati ulteriori a quelli già narrati durante i minuti del film? Quando essa non risulterà come una stucchevole ripetizione di significato?

Durante la composizione di un film, sono molte le domande che devono accompagnare i tecnici. Dalla regia alla fotografia ecc. Ogni dettaglio, ogni unità di base ha una rilevanza fondamentale, emblematica ed emotiva. Proprio per queste ragioni, una sola inquadratura è in grado di stravolgere un’intera sequenza. Uno stacco mancato può essere in grado di modificare la riuscita globale di un prodotto e minare il finale di un possibile capolavoro.
O, magari, di tre. **
Eh sì, si può avere “a nero”.

*In caso si fosse interessati ad un approfondimento si consiglia la lettura del manuale: “Visualizzare il film” di Steven D. Katz
**All’autore di questo articolo preme sottolineare come il suo immenso amore per la trilogia di Nolan non sia stato inficiato dall’ultima inquadratura di The Dark Kinght Rises, ma che, anzi, ringrazia il regista per avergli regalato materiale su cui scrivere.

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