Il Vate

[Attenzione: La voce narrante di seguito è un personaggio fittizio, così come tutti gli altri personaggi che interagiscono nel breve intreccio che segue, tutti liberamente tratti da film cult. Gli episodi sono frutto della mia fantasia, senza alcun legame con la realtà, pertanto rilassatevi e godete di questo chupito. Se è la prima volta che vi imbattete in questa rubrica, e vi appassiona la parte romanzata, vi invitiamo a seguirla dal suo primo capitolo che potete trovare qui]

Amici cari, è forse un mistero che i miei chupiti si consumano al bar Storix? Ed è in un tardo pomeriggio, quando ancora splende pallida l’audacia del primo sole di primavera, che Dick si risveglia dal sonno accasciato sul sudicio del suo tavolino e grida:

"Sul vento di vittoria che si leva dai fiumi della libertà, non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremmo osare e fare quando vorremmo, nell’ora che sceglieremo. Il rombo della giovane ala italiana non somiglia a quello del bronzo funebre, nel cielo mattutino. Tuttavia la lieta audacia sospende fra Santo Stefano e il Graben una sentenza non revocabile, o viennesi. Viva l’ Italia!".

E si sdraia sul pavimento, orizzontale. Epico. Come non parlare quindi di una delle più controverse personalità del secolo scorso? Avete capito bene, il protagonista di oggi è il Vate, Gabriele D’Annunzio.

Nasce a Pescara il 12 marzo del 1863, ma sin dall’infanzia la sua irrequietezza e la voglia di emergere lo spingono verso città più consone alla sua personalità. Di lui si parla come uno dei più grandi esponenti del decadentismo italiano, ma come spesso accade ai grandi artisti, il suo è un lungo processo che lo accompagna a braccetto, strettamente legato alle vicende personali che caratterizzano il suo personaggio.

Ricordiamo che l’alba di questa corrente vede la sua nascita in Francia, dove nel 1883 Verlaine pubblica un sonetto sulla rivista Chat Noir che inizia così: "Io sono l’impero alla fine della decadenza". In seguito, nel 1886 viene fondata la rivista Le Decadent, che darà voce al nuovo movimento che si contrappone alla fredda visione del positivismo, legato al progresso ed alla ricerca scientifica. Dalle ceneri decadenti l’uomo si innalza scalzando la morale borghese con la sua ragione, convogliando gli sforzi della ricerca interiore aldilà della realtà.

D’Annunzio in realtà nei primi anni di studio e nelle prime opere è molto vicino al Carducci, ma poi la sua intelligenza lo spingono a confrontarsi con i cambiamenti sociali e culturali, e un gradino dopo l’altro, opera dopo opera, amante dopo amante, lotta dopo lotta, si ritaglia uno spazio ben preciso, ponendosi al centro   e diventando un divo indiscusso.

Il periodo storico che attraversa, le situazioni da lui create, inducono frettolosi pensieri, alcuni dei quali diventati etichette: patriota fascista col mito del superuomo. In realtà si spinge ben oltre il pensiero filosofico di Nietzsche, del quale ne prende solo alcuni spunti, e poi dobbiamo sempre tenere ben presente il contesto: l’Europa è condizionata dalla spinta nazionalista, sotto diverse forme, la rivoluzione industriale ha stravolto la società, nel bene e nel male, e poi come non citare la prima Guerra Mondiale e la famosa vittoria mutilata, cui il nostro amico si fa portavoce con l’impresa di Fiume. Insomma, un bel groviglio da districare. Io purtroppo non ho la conoscenza, né tantomeno la superbia, per rispondere ai tanti quesiti legati al nostro protagonista, ma sicuramente rimango affascinato dalla sua complessa personalità, troppo vasta da poterla rinchiudere in compartimenti stagni.

In giovane età, per motivi universitari, si trasferisce a Roma, nuova capitale del Regno, dove la voglia di emergere si palesa presto, attraverso la vita mondana e le “alte” frequentazioni. Sposa la duchessa Maria Hardouin, dalla quale avrà tre figli, ma si separano dopo poco a causa dell’infedeltà di Gabriele, che avrà anche una figlia, Renata, frutto di una delle tante avventure extra coniugali.

Dal punto di vista letterario esplode in tutto il suo splendore la sua arte nel 1889, con Il Piacere, che segna la svolta dell’esteta decadente in Italia, creando una nuova figura di divo oltre i canoni più casti fino ad allora imperanti. La prima etichetta è servita. Vive per un paio d’anni a Napoli dove compone Giovanni Episcopo e L’Innocente, ma soprattutto A Vucchella, resa celebre prima da Caruso, poi da Pavarotti e Murolo qualche anno dopo. Si trasferisce a Firenze per avvicinarsi alla celebre attrice Eleonora Duse, che lo sprona a scrivere per il teatro; i due divengono amanti, e Gabriele vive in una strepitosa villa dal gusto decadente, che rispecchia il suo stile di vita. La figura della Duse è al centro dell’opera di Gabriele, che ci regala dei capolavori assoluti come l’Alcyone.  In questo periodo è deputato a Ortona con la destra, ma passa quasi subito con i banchi di sinistra con la celebre frase: "Vado verso la Vita". Inutile dire che non verrà rieletto. Il suo stile di vita principesco, l’uscita del romanzo Il Fuoco, dove decanta il suo amore con Alessandra di Rudini lo costringe a fuggire dalla Duse e dai tanti creditori, spingendolo a Parigi, dove la sua stella splende ancora di una nobile luce. L’alba della prima Guerra Mondiale comincia ad estendere i suoi raggi, e il Vate ne è un ferreo sostenitore, interventista sin dalle prime ore. Torna in Italia e nel 1915, a 52 anni, si arruola volontario nei Lancieri di Novara. Durante un atterraggio d’emergenza perde un occhio; durante la convalescenza, passata in totale cecità, scrive Notturno, tradotto e riscritto dalla figlia Renata. Torna a combattere, divenendo celebre per l’audacia delle sue imprese, cui ricama sapientemente, come ad esempio il volo su Vienna dopo la strenua difesa del Piave, citato dal nostro amico Dick qualche riga fa. L’impeto, la passione politica e nazionalista, lo spingono a cavalcare il malcontento e ad insistere sulla vittoria mutilata, culminata con l’Impresa di Fiume e il tristemente famoso "Natale di sangue". Portavoce di questa delicata situazione è Benito Mussolini con il fascismo. Inizia una fase un po’ oscura, non solo della storia italiana, ma anche di quella del nostro "eroe", il quale si trasferisce a Gardone Riviera, ritirandosi nella sua privacy. Nel frattempo nasce il partito fascista guidato dal Duce, il quale fa propri molti dei motti e dei metodi usati da D’Annunzio durante l’occupazione di Fiume, tralasciando ad esempio la libertà di voto, di orientamento sessuale o di religione, insomma ne fa un proprio riassunto. Ed eccoci alla seconda etichetta: infatti occorre ricordare che, seppur vicini all’inizio delle battaglie fasciste, il nostro amico si allontanò subito dall’ascesa del nuovo potere, tanto che mai fece la tessera del Partito Nazionale Fascista.

Non voglio spingermi oltre su questo campo minato, di politica e amicizie, di delusioni e malesseri psicofisici, tralasciando anche opere fondamentali che per vari motivi lo hanno reso una celebrità. Concludo dicendo che il primo marzo del 1938, pochi giorni prima del suo 75esimo compleanno, muore nella sua villa uno dei padri della cultura italiana. Che ci piaccia oppure no.

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