INTERSTELLAR: Alle radici del fanatismo

Nel gelo dello scorso inverno, dopo giorni di riflessione, mi trovavo a scrivere riguardo al neo distribuito “Interstellar”, dicendo: “il critico deve essere in grado di discostarsi dall’affezione per un regista e valutare il prodotto come un unicum, segmento fondamentale di una filmografia, ma comunque prodotto a sè stante”.

A volte accettare una delusione artistica è difficile quanto accettarne una personale. Essa è infatti in grado di attaccare la sfera emotiva, bombardando i sensi con quello che avrebbe potuto essere e non è stato. A volte nell’arte, e nell’attesa di un prodotto, si riversano speranze, sogni e proiezioni personali che si auspica siano rispettate dal regista e trasportate sullo schermo, in vinile, su una tela. A volte affermare che un autore estremamente significativo per la propria formazione o anche solo per lo sfogo delle proprie passioni abbia commesso un passo falso è compito difficile, ma necessario.
E’ necessario perché ciò che è accaduto con la distribuzione di “Interstellar” ha dell’incredibile.
Il film, frutto della geniale mente di Christopher Nolan, in un’inedita collaborazione col fisico teorico Kip Thorne ( conosciuto in particolare per le sue teorie sui viaggi nel tempo) ha infatti diviso la critica. Durante la conduzione della notte degli oscar a “Sky ItaliaGianni Canova ha affermato di aver pianto durante gli ultimi quaranta minuti del film, e che meritasse più riconoscimento. Mereghetti ha invece titolato “Nolan si perde nello spazio (e ci fa rimpiangere Batman)".
Ma tra questi “scontri tra titani” della critica cinematografica ciò che maggiormente ha colpito è stato un tweet di Selvaggia Lucarelli, non proprio considerata alla stregua di un critico del “Cahiers du Cinèma” in ambiente cinematografico, ma che ha formulato una frase che, drenata dalla semplicità e dalla rozzezza dovuta, si crede, ai pochi caratteri concessi da Twitter, ha colto un elemento fondamentale dell’accoglienza al film di Nolan.
Il tweet recitava: “Con Interstellar anche il parcheggiatore abusivo sotto casa s'è scoperto Gianni Canova. Se non lo recensisci anche tu sei out.”
Non si può in effetti non aver notato come l’ultimo sforzo del regista londinese abbia creato un’onda di commenti, recensioni e discussioni via etere a volte anche dai toni sostenuti. Nei blog e sui social si è potuto assistere ad un fenomeno interessante e, a tratti, angosciante, che ha visto una vera e propria orda di cinefili affermare con convinzione: “il miglior film della storia”, “il miglior film dell’anno”, “il nuovo 2001: Odissea nello spazio” e via dicendo.
Ho pensato quindi di essere stato troppo critico nei confronti dell’opera. Ho pensato che il tweet di Maurizio GasparriPerò è un bel film” rilasciato sotto il commento della Lucarelli mi avesse spinto ad odiare il prodotto in maniera aprioristica. Poi mi sono voltato e ho guardato il mio avanbraccio dove la scritta “Why so serious” pulsa da ormai più di tre anni. Ho pensato allora all’importanza che Nolan ha avuto non solo nella mia passione, ma nella mia stessa vita, e sono giunto alla conclusione che quest’esempio di fanatismo cinematografico meritasse una più attenta analisi.
Procediamo per ordine:
Che il cinema di Nolan faccia presa su un pubblico di massa non è una nota di demerito e nemmeno una sorpresa. In pochi a suo pari sono stati in grado di trasportare i sogni al cinema e modellare l’immaginario degli spettatori nobilitando un genere, sfruttato il più delle volte come puro merchandising, con la trilogia de “Il Cavaliere Oscuro”.
Che i suoi film portino ad una vera e propria mitologia e una particolare affezione negli spettatori risulta altrettanto comprensibile, poichè lo strutturarsi dell’intreccio e le peculiarità delle sceneggiature, il più delle volte sviluppate assieme al fratello Jonathan Nolan, creano una frizione emotiva ed un eccitamento a livello fisico che nella storia del cinema ha pochi eguali.

Ma il nazismo dei fans di Nolan, innamorati dei mondi da esso creati, risulta ingiustificato quando essi sembrano disinteressarsi dei difetti che sono insiti al loro interno, tutti racchiusi nelle enormi imperfezioni di “Interstellar”.
Nolan sfrutta al meglio le sue incredibili capacità registiche, ambientando la storia in un contesto e un mondo sempre autoreferenziale dove è egli stesso a creare le regole del gioco. Non stride quindi l’invenzione del teletrasporto nella realistica trasposizione della Londra ottocentesca di “The Prestige”, né la visionarietà degli enigmi ambientali nel mondo onirico di “Inception”; ma queste caratteristiche trovano una grossa difficoltà a combaciare col rigido mondo della fisica, dove le nozioni spicciole disseminate lungo “Interstellar” dal regista hanno fatto rabbrividire gli scienziati di tutto il mondo. Dalle giusto accennate teorie sui “wormhole”, agli stereotipi scientifici e alle complete invenzioni che, chiariamoci, sarebbero giustificabili in un film che non si prefissi alcuna verosimiglianza col reale, ma che non sono ammissibili in un’opera che lascia contaminare lo spazio dal magico solo dalla metà del film in poi, nel tentativo di trovare una via d’uscita all’intreccio.
E se l’intreccio e le conclusioni trattate dal regista hanno sempre un tocco magico e surreale che le rende visionarie e fiabesche, è altrettanto vero che Nolan pare essere succube della “sindrome dell’artista moderno (o post-moderno, che dir si voglia)”, da cui sembrano essere affetti altri suoi colleghi d’arte, Chuck Palahniuk su tutti. Con la sequenza finale de “Il Cavaliere Oscuro: il Ritorno” e “The Prestige” e con le ultime scene di “Interstellar”, il regista pare dover ad ogni costo fornire la morale allo spettatore, chiudere ogni dubbio, trarre la conclusione di ogni linea narrativa aperta, anche la più scontata, con una spiegazione finale, a volte forzata, che non lasci nulla di intentato, nulla all’interpretazione (il che rende di per se il paragone con "2001:Odissea nello spazio" insostenibile). Scelta stilistica che lo avvicina drasticamente al cinema commerciale e lo allontana terribilmente dal cinema d’autore. Non è infatti un caso che un regista di nicchia come David Cronenberg, alla continua ricerca di uno stile personale, si discosti dal cinema di Nolan, affermando di aver gradito unicamente “Memento”, uno dei prodotti più originali degli ultimi quindici anni.

Ogni film del regista, dal primo lungometraggio “The Following”, passando per “Insomnia” e concludendo con l’opera presa in considerazione, risulta ottimamente confezionata e al meglio congegnata (dalle sempre incredibili colonne sonore di Hans Zimmer, ai mega budget fornitogli), ma rischia spesso di perdersi nell’autoreferenzialità e nella megalomania (apprezzabile qualità quando ben giostrata) di storie che sembrano a volte aggrovigliarsi su se stesse, lasciando perire i personaggi sotto l’epicità del tessuto narrativo. Un’epicità che è in grado di stimolare un enorme affezione verso il prodotto, le storie e i protagonisti, ma che sembra distogliere l’attenzione da molte lacune di sceneggiatura (il viaggio spaziale suicida finanziato dalla NASA) e da alcune banalità che sembrano ammiccare al pubblico mainstream (l’amore come forza che supera ogni dimensione) dalle quali, per una corretta analisi, è necessario sapersi distaccare.

Con “Interstellar” Nolan sembra voler finanziarie una grande idea, riconducendola unicamente alle mere logiche del blockbuster e qualche strizzata d'occhio citazionista (da Danny Boyle a Tarkovskij, abusando dei grandi propositi stilistici che l’hanno portato ad essere il regista più amato dal pubblico di massa per poi lasciar soccombere il prodotto sotto la confezione. Il cinema sotto la confezione.

Un passo falso.
Non è un problema dirlo.

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