“La Grande Bellezza de La Dolce Vita”

I telegiornali ed i talk-show si sono occupati molto spesso, nel corso di questo 2015, della città di Roma, a causa dello scandalo denominato “Mafia Capitale” e delle Amministrazioni Alemanno e Marino. In linea con tale tendenza, vorrei oggi tentare un doppio salto temporale per toccare tangenzialmente la cronaca...

Nel 1960 “La Dolce Vita” ha rivelato agli spettatori del tempo (privi di radio private, televisioni commerciali, internet e riviste di gossip) le miserie umane e lo squallore dei costumi successivi agli anni del dopoguerra. Non a caso il film ha suscitato enorme scandalo in un’Italia ancora tanto democristianamente ipocrita e ha originato ampli dibattiti nel pubblico, nella critica, negli intellettuali, nel clero; e forse proprio per questo il produttore Angelo Rizzoli è riuscito a ripagarsi in sole due settimane l’investimento economico (al termine di quella stagione cinematografica è risultato il maggior incasso in Italia)! Tralasciando gli innegabili meriti stilistici, la genialità di Federico Fellini consiste non solo nell’aver trasfigurato “materiale da rotocalco in epica” (cit. Dizionario Merenghetti dei Film), ma nell’aver aperto gli occhi allo spettatore anche sulla nuova incomunicabilità tra le persone. Nella vita quotidiana di un giornalista romano, cinico e disincantato (Marcello Mastroianni) - che vive nella Roma degli anni 50-60 del XX secolo, descritta come una sorta di “Babilonia precristiana” (cit. Dizionario Merenghetti dei Film) - infatti, tale elemento è sempre presente: dal viaggio in elicottero sulla città alla notte nella casa di una prostituta, dalla Fontana di Trevi con un’attrice al prato invaso da fanatici religiosi, dall’anziano genitore alla fidanzata, dall’amico che si suicida dopo aver ucciso i propri figlioletti all’orgia notturna.

Nel 2013 “La Grande Bellezza” ha raccontato agli spettatori (già edotti dalle attuali e molteplici fonti informative) la pochezza umana ed il vuoto della società contemporanea; e il film ha suscitato grande clamore in un’Italia sempre tanto ipocritamente conformista. Tralasciando gli indubbi meriti stilistici, la bravura di Paolo Sorrentino consiste non solo nell’aver rappresentato al meglio la futilità e l’inutilità di un certo jet-set, ma nell’averlo mostrato privo di significati in una città le cui rovine dell’Impero Romano sembrano avere, dopo oltre duemila anni, più motivi di vita. Nella quotidianità di un giornalista di costume e di critica teatrale (Toni Servillo) - che vive nella Roma d’inizio millennio, descritta come una specie di teatro onirico, palcoscenico del vacuo, cornice di feste trash e volgari, circolo di frustrazioni e fallimenti umani - il nulla è sempre presente. Come aver detto, ahimè, a chi non vive con la testa sotto la sabbia, nulla di nuovo sul fronte occidentale!

Consigliati a: chi possiede ancora una coscienza critica, priva di steccati e paranoie politiche di qualunque genere. Voto: 9 per “La Dolce Vita”, 7 per “La Grande Bellezza”.

(illustrazione di Milo Manara)

1 comment

  1. Rock Freeman 19 Ottobre, 2015 at 19:20 Rispondi

    No… La Grande Bellezza è un’altra cosa, 8 e mezzo è più vicino Nymphomaniac o come razzo si scrive proprio per quanto è cambiata la società, che infatti è andata indietro invece che avanti dato che il nymphomaniac non ha avuto successo – forse da loro si (che davvero descrive l’incomunicabilità del 2015 e come si riproducono re relazioni interpersonali davvero). Ma appunto se Bergman era il riferimento di Fellini, qua non mi sembra bene sia uno simile anzi proprio non ci può essere perchè è altro…

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