"L'erba canta" di Doris Lessing

Non tutti i libri che leggiamo li scegliamo noi. Nel mio caso, ma come credo sia successo anche a molti altri, le letture sono state influenzate in parte dal percorso scolastico, cioè sostanzialmente assegnate dai professori. Per quanto preferissi di gran lunga la lettura a qualunque altro compito, a volte ho odiato i romanzi che ho dovuto leggere, e in qualche raro caso non sono riuscita nemmeno ad arrivare alla fine. Tuttavia, ritengo che questa pratica sia piuttosto utile, in quanto ti permette di leggere delle opere che magari autonomamente non avresti mai considerato. Questa premessa per introdurre il romanzo che ho deciso di recensire: letto perchè in programma per un esame universitario, ed è diventato uno dei libri in assoluto preferiti: “L’erba canta” di Doris Lessing. Devo proprio dire che la scelta della professoressa fu provvidenziale, anche perchè questo romanzo è molto poco noto in Italia, al punto da aver avuto una sola edizione dalla sua pubblicazione, nel 1950, nonostante si tratti dell’opera prima di una scrittrice da Premio Nobel.

Siamo in Africa negli anni 40, più specificatamente in quella che allora si chiamava sotto il dominio inglese Rhodesia del Sud, ovvero l’attuale Zimbabwe. Il romanzo si apre con un articolo di giornale che parla dell’omicidio di Mary Turner per mano dello schiavo nero Moses; la motivazione sembra essere un furto. Le opinioni delle persone che abitano nella comunità della vittima sembrano indicare che il delitto fosse annunciato da tempo. Questo però il lettore lo scoprirà solo in seguito: il resto dell’opera non è infatti altro che un flashback della vita di Mary. Mary nasce in un ambiente umile, che lascia ben presto per andare a lavorare in un ufficio in città, dove si sente realizzata e felice. Tuttavia, dopo aver raggiunto i trent’anni, i pettegolezzi sul suo essere zitella si intensificano al punto da convincerla a sposare dopo un brevissimo corteggiamento Dick Turner, un contadino. A seguito del matrimonio, la coppia va quindi a vivere nella fattoria di quest’ultimo, lontano dalla città e dalla civilizzazione. E’ qui che iniziano le sventure per Mary, che non riesce ad abituarsi al caldo della savana africana nè alla vita da contadina. La fattoria, inoltre, non da i frutti sperati, Dick è infatti un pessimo fattore; continua ad ingegnarsi per cercare di avere successo (allevamento di maiali, di api, fino alla costruzione di un emporio) ma senza mai riuscire, lasciando la famiglia in uno stato di estrema povertà. La stessa coppia non sembra condividere il benchè minimo affetto. Quando Dick si ammala, è Mary a governare la fattoria, mostrandosi molto più crudele del marito, in particolare con gli schiavi. Qui punisce severamente uno di loro frustandolo, colui che diventerà presto il suo servitore di casa, Moses. Il rapporto inizialmente caratterizzato dal disgusto, diventerà sempre più di dipendenza, man mano che Mary scivolerà nella depressione e nella follia. Dopo varie avversità, i coniugi disperati venderanno la fattoria al vicino, e si compirà il tremendo gesto da parte di Moses, nei confronti di una Mary che sembra non attendere altro.

E’ difficile riassumere la magnificenza di questo romanzo, che tratta una vastità immensa di temi, dal razzismo alla ricerca della ricchezza, al fallimento del colonialismo fino alla miseria della condizione umana. Il lettore non può far altro che provare pena, per Dick, per Moses e alla fine anche per Mary, che risulta tanto antipatica ma che è forse il personaggio più misero di tutti. La magnificenza delle descrizioni dell’ambiente africano sono inoltre un tocco di classe che non può non essere notato; nel momento del crollo psicotico, Mary non riesce più a sopportare il rumore delle cicale, onnipresente durante tutto il corso della storia, e che richiamano il titolo dell’opera. Concluderò con una citazione di un anonimo, che Doris Lessing scelse di mettere come epigrafe al romanzo, e che credo possa dare spunti per riflettere anche oggi: “E’ dai falliti e dagli sconfitti di una civiltà che se ne possono meglio giudicare le debolezze”.


Doris Lessing, L’erba canta, La Tartaruga, 2000

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