Non sapevo che Katmandu fosse in provincia di Milano

All’inizio della scorsa settimana ho ricevuto una mail da un amico, che con un breve messaggio comunicava a tutti i suoi contatti il suo rientro in Italia dopo il terremoto del 25 aprile in Nepal, invitando tutti a donare per aiutare le popolazioni colpite. Siccome neanche sapevo che lui si trovasse lì al momento del disastro, gli ho subito mandato un messaggio. Mi ha risposto spiegandomi che stava salendo verso il campo base sul ghiacciaio del Khumbu, sul monte Everest, che gli ci è voluta poi una settimana per tornare a Lukla dove ha visto scenari apocalittici, il tutto senza avere grandi possibilità di comunicare con nessuno, siccome il suo iPhone, nonostante il caricatore a energia solare, restava acceso massimo cinque minuti al giorno e su rete GSM.

Passano un paio di giorni e il 12 maggio il Nepal trema di nuovo. Mi trovo in metropolitana quando vengo a sapere della notizia e su Facebook mi compare un news feed in evidenza che mi chiede se mi trovo nell’area interessata dalla scossa e se è tutto ok. Lo ignoro, ma in pochi minuti il mio profilo si riempie di notifiche: ho ben 36 amici che sono ancora in Nepal e stanno bene. Benché nata in ritardo ma non ritardata, mi accorgo subito di cosa sta succedendo: qualcuno, lì fuori, trova divertente comunicare che sta benissimo dov’è, a Katmandu, periferia sud di Milano. Sorvolando i moti di protesta e gli eventi che si sviluppano a macchia d’olio intorno a questo fenomeno (uno fra tutti “Mandare in Nepal chi dice di stare bene in Nepal”), cerco di capire come mai il signor Zuckerberg ha creato questo news feed. Scopro che già dal 25 aprile Mark ha dichiarato: “questa mattina abbiamo attivato Safety Check per le persone colpite dal terremoto. Vuole essere un modo semplice per comunicare ad amici e parenti che state bene. Se sei nell’area interessata riceverai una notifica che ti chiederà se stai bene”, poi conclude il tutto con una sviolinata sull’importanza di restare connessi all’interno del disastro.

Ma Mark, mi stai a prendere in giro? Innanzitutto forse geolocalizzare davvero la comparsa della notifica sarebbe stato il minimo. Però ti scuso dai, magari hai pensato che appunto lì non c’è connessione e che quindi i parenti, da Milano, potessero comunicare agli amici dei dispersi lo stato delle cose. Quello che invece non riesco proprio a perdonarti è l’aver lasciato soltanto un giorno il news feed relativo alla raccolta fondi per il Nepal (che potete trovare qui). Sarebbe stato certamente più utile martellare i tuoi utenti con la richiesta di aiuti piuttosto che nutrirli ancora una volta con l’illusione che essere connessi è indispensabile. Forse dovresti semplicemente ritornare in Università e aprire un libro. Posso dirti con certezza che cercando “Percezione del disastro e del rischio” troverai sociologi che ricordano quanto essa sia legata a un costrutto socio-culturale, che un disastro esclusivamente naturale non esiste ed ha sempre una dimensione sociale, in quanto consiste nell’effetto che un evento catastrofico naturale produce sugli esseri viventi ed è vincolato da una cinquantina di caratteri tra cui etnia, religione, status economico e così via.

E da lì dovresti pensare ai tuoi 1,3 miliardi di utenti, che ti stanno così a cuore. Pensare ad ognuno di loro capendo che non sono proprio come i tuoi compagni di Harvard con un QI superiore alla media, anzi più della metà di loro conosce a malapena le basi della grammatica. E soprattutto che solo il 5% si trova in Nepal, senza connessione, per altro.

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