“Nonno scatenato”

Quando morì Rodolfo Valentino (1926), non soltanto il mondo del Cinema si è disperato per la prematura scomparsa del divo che avrebbe potuto donare ancora tanto alla Settima Arte. Lo stesso accadde, sia per James Dean (1955), sia per Marylin Monroe (1962). Anche in tempi più recenti, i fans hanno pianto le morti improvvise dei giovanissimi River Phoenix (1993) ed Heath Ledger (2008), perché privati delle emozioni che le loro future interpretazioni avrebbero potuto continuare ad offrire sul grande schermo. Altre volte, il pubblico ha accettato con rispetto e con dispiacere, sia il ritiro dalle scene di mostri sacri come Greta Garbo, sia il diradare delle apparizioni di giganti come Marlele Dietrich e Marlon Brando.

Qualcuno dei lettori, forse, si starà adesso domandando cosa possa avere in comune questa introduzione con il film di Dan Mazer. A mio modesto parere moltissimo, sebbene sia paradossale preferire tali finali ad altri di cui, da qualche anno, siamo tutti testimoni. Mi riferisco, in particolare, al patetico e volontario declino della carriera assolutamente prestigiosa di Robert De Niro, che avrebbe meritato ben altro proprio nella sua parte finale! Dopo aver segnato la Storia del Cinema, nei decenni compresi tra gli anni 70 e gli anni 90 del XX secolo, grazie a pellicole come “Il Padrino - Parte II” (1974), “Taxi Driver” (1976), “Novecento” (1976), “Il cacciatore” (1978), “Toro scatenato” (1980), “C’era una volta in America” (1984), “The Untouchables - Gli Intoccabili” (1987), “Quei bravi ragazzi” (1990), “Casinò” (1995) e “Sleepers” (1996), colui che è stato unanimemente considerato il più grande, il più prolifico, il più poliedrico della sua generazione, sembra fare di tutto per distruggere quanto costruito in precedenza. La presenza di Robert De Niro in questa commedia sorprende per tre semplici motivi: la banalità della storia (già vista e rivista), la volgarità gratuita del personaggio, la qualità non eccellente (voglio essere generoso) del cast. Concordo in pieno, tanto per entrare nel merito, con chi ha scritto - non ricordo se sul web o su qualche rivista del settore - che Zac Efron, durante i 100 minuti del film, riesce ad alternare sul viso solo due espressioni, quella con gli occhiali da sole e quella senza! Mi chiedo, inoltre, dove sia finito il celebre metodo interpretativo di Bob, basato sul perfezionismo (ai limiti della maniacalità), con cui resterà nella memoria dei cinefili. Lo spessore del suo personaggio, ultimo di una triste schiera iniziata con il Jack Byrnes di “Ti presento i miei” (2000), merita l’ennesimo insuccesso commerciale di cui, nel nuovo millennio, ha collezionato numerose medaglie. Una conclusione di carriera davvero molto amara e triste per chi ha lavorato con i più grandi registi ed attori del suo tempo! Il mio auspicio è in un repentino cambio di rotta e che Leonardo Di Caprio, definito in più occasioni suo naturale erede, non cada nello stesso errore, ma si mostri più intelligente scegliendo una strada cinematografica migliore per gli anni della terza età.

Consigliato a: chi vuole farsi del male. Voto: 2.

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