Spike Jonze: il paese dei balocchi 2.0

Un’aquila piomba dall’alto, distende le ali e rizza il manto piumato. I suoi occhi violenti. Il becco fremente. Gli artigli si aprono a comporre una gabbia che ghermisca la preda. Il protagonista è ai suoi piedi, pronto al suo triste destino.

Ma nulla accade, perché è solo uno schermo.

Una scena cinica e disillusa, emblematica di un rapporto con la tecnologia segnato da impersonalità e sentimenti artificiosi, che potrebbe essere considerata il manifesto artistico di Her, uno dei film capolavoro di Spike Jonez, rivelazione del 2013 e premiato con l’oscar alla miglior sceneggiatura originale all’edizione degli Academy Awards dello stesso anno.

Una trama eccentrica, folle e visionaria, dove Jonze si interroga sulla rivoluzione tecnologica e sui possibili sconvolgimenti che le relazioni uomo/macchina potrebbero assumere nel corso degli anni, adottando un punto di vista distaccato nel raccontare una storia di speranzoso romantismo.
Her è il culmine artistico di un autore che ha più volte indagato il confine del reale, portandosi alla radici di alcune delle domande fondamentali che molto cinema contemporaneo si è posto: dove inizia la realtà e finisce il sogno? Che cosa è reale?

Con Where the wild things are/Nel paese delle creature selvagge (2009), adattamento dell’omonimo albo illustrato per ragazzi scritto da Maurice Sendak, Jonze confezionerà un’opera sognante dove l’immaginario (?) viaggio di un bambino in una terra desolata, popolata da creature tanto spaventose quanto goffe, si farà metafora degli spettri e della violenza repressa che vivono nell’uomo sin dall’infanzia.
Un piccolo fantasy dai toni cupi che esacerba una questione tanto cara al regista, che difficilmente trova risposte definitiva, ma solo domande sempre più particolareggiate: cos’è l’uomo e cosa vive dentro di lui?
Già nella straordinaria opera prima di Jonez si ritrovano evidenti tracce di questa domanda che riecheggiano per tutto il corso della pellicola: Being John Malkovich/Essere John Malkovich (2008) non è infatti solo un geniale viaggio (così strambo da risultare ai limiti della fantasia) che parte da un cunicolo in una stanza d’ufficio per terminare nel corpo di John Malkovich stesso (osannato attore teatrale e cinematografico), ma è un’artistica considerazione sullo sdoppiamento d’identità e sul rifiuto di se stessi. Una grande opera dove l’Io è sfuggente, il singolo non trova una collocazione precisa nel mondo, i sogni non realizzati spingono i protagonisti all’evasione da se stessi e l’opinione sull’essenza dell’Altro non può mai essere precisa o data per scontata.

L’opera, sceneggiata da quel Charlie Kaufman che con il film d’animazione Anomalisa (2015) si è recentemente assicurato il Leone d’argento a Venezia, autore, tra gli altri, di un altro film eccentrico e apprezzatissimo dalla critica come The Eternal sunshine of a spotless mind/Se mi lasci ti cancello, è diventata un vero e proprio cult per gli appassionati, e lascerà subito spazio ad un’altra collaborazione tra Jonez e Kaufman: Adaptation/Il ladro di orchidee (2002), al quale traduzione italiana del titolo non rende merito. Quell’“Adaptation” fa infatti riferimento alla natura metanarrativa e “fintomentaristica”, termine di derivazione felliniana, come citato durante il film, che introduce il tema della difficoltà della messa in scena di un qualsiasi tipo di opera e l’impossibilità di una univoca rappresentabilità.

Nicholas Cage è uno sceneggiatore in piena depressione che vive una crisi identitaria e lavorativa, scontrandosi con i crescenti ostacoli che si frappongono tra lui e la sceneggiatura di un romanzo, “Il Ladro di orchidee”, appunto, e nell’indagare sulle radici del libro si troverà a dove affrontare i propri fantasmi. Il film diventa quindi la storia non del “Ladro di orchidee”, ma dell’adattamento di un romanzo, della crisi mistica e di quella artistica, del complesso rapporto con se stessi e con il proprio doppio.

Insomma, la strada di Spike Jonze è costellata di grandi successi e di prodotti entrati di diritto nella hall of fame delle opere di culto. Prodotti qualitativamente sempre crescenti, per un percorso iniziato con l’ideazione e la produzione dell’estasi demenziale e nichilista di Jackass, il rinomato programma televisivo trasmesso da MTV dal 2000 al 2002, che vedeva Johnny Knoxville e un gruppo di stuntman sottoporsi a dolorosissime prove fisiche o a divertenti siparietti cinici, al quale faranno seguito numerosi film, alle varie nomination ad Oscar e Golden Globe.

Un circolo virtuoso di follia e fantasia, di immaginazione e cinismo, un mondo giocoso ma disincantato. Un universo improbabile, ma dove tutto è plausibile.
Un autore visionario e contemporaneo. Un grande maestro circense.
Il padrone del paese dei balocchi 2.0

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