Star Wars: The Force awaken. J.J Abrams è furbo, non dimenticatelo

Il rischio passando da Star Trek a Star Wars è quello di vedere Chewbecca al fianco del capitano Kirk sull’Enterprise o Spok alle veci di Han Solo sul Millennium Falcon.
Ma J.J. Abrams non può confondersi.
J.J. Abrams è furbo, non dimenticatelo.

Dall’aspetto goffo, quasi totalmente nerd e dall’ancora (relativa) giovane età, Jeffrey Jacob Abrams è una sorta di Re Mida di Hollywood che ha messo mano ad alcuni dei più grandi successi al botteghino degli ultimi anni. Prima con il successo di Mission Impossible III, film di media fattura ma comunque di ottima confezione, poi con i due capitoli della saga di Star Trek (The future begins e Into Darkness) riuscendo nel tentativo di rivitalizzare un franchising ormai morto e mettere d’accordo (quasi) tutti i fans della serie tv, una vera e propria impresa visto il fanatismo dei vari Trekkies sparsi per il mondo. Un’impresa a dir poco suicida alla quale il creatore della rivoluzionaria serie Lost voleva necessariamente dare un seguito, accettando il compito di dirigere un film talmente delicato da poter mettere a rischio un’intera carriera.
Ma J.J. Abrams è furbo, non dimenticatelo.

Non è effettivamente chiaro quali siano i reali meriti registici dell’autore newyorkese perché, a percorrere la filmografia, ci si accorge di come dei pochi film diretti spicchino nettamente solo i sopracitati Star Trek, considerando Mission Impossibile III un’opera discreta e Super 8 un’opera altamente discutibile.
Sicuramente i tratti visivi del cinema di Abrams sono facilmente distinguibili e di forte impatto.
Colori saturi ma difficilmente caldi, abbondante uso (abuso in alcuni casi) delle luci psichedeliche, inquadrature brevi e montaggio rapido, tratti distintivi di un cinema di commercio spielberghiano anni ’80, nei quali è cresciuto, che non rinuncia alla propria vena autoriale. Tratti che dovranno essere almeno parzialmente sconvolti nell’uscente Star Wars: The Force awaken se il regista manterrà fede alle ispirazioni da lui stesso dichiarate. Da quelle più ovvie, come l’analisi dei film del Gran Maestro d’Oriente Akira Kurosawa (a cui faceva riferimento lo stesso Lucas) a quelle più improbabili, col richiamo al cinema indipendente e intimista di Terrence Malick.
Ed è proprio alla luce di queste dichiarazioni di intenti che aggiungono aspettative a quelle già immense che aleggiavano sulla pellicola dopo i primi trailers, ai lunghi dibattiti sul passaggio della Lucasfilm alla Disney, tacciata di condotta monopolistica, e alla forza distruttiva di critica e opinione pubblica, che già non era stata lusinghiera verso i nuovi capitoli diretti da Lucas e verso lo sventurato Hayden Christensen, che i dubbi su Abrams sorgono spontanei e ci si domanda se non fosse stato meglio per la produzione puntare su un regista già rodato. Una scelta che effettivamente era stata attuata, chiedendo a Ron Howard la disponibilità a prendere in mano le redini dell’opera(rifiutato perché, per dirlo con le parole del regista di A Beautiful Mind,“sarei stato troppo impaurito”).
Ma i dubbi sulla scelta operata dalla Walt Disney Pictures vengono presto fugati, perché J.J Abrams è furbo. Non dimenticatelo.
Ciò che serve ad un franchising come quello di Star Wars sembra non essere tanto un regista (si può tranquillamente affermare che lo stesso Lucas non fosse un vero e proprio virtuoso in campo) quanto un produttore, un confezionatore di pellicole dalla grande personalità in grado di pensare, ammodernare e distribuire il prodotto nel migliore dei modi, e se si pensa alla naturalezza con cui Abrams ha diretto Star Trek e soprattutto se si è in grado di ritornare alla produzione di Lost, di cui il nostro era lo Show Runner, si comprenderà come egli sia la scelta migliore che si potesse fare in tutto il panorama hollywoodiano.
Per coraggio, passione e scaltrezza nella composizione delle inquadrature Abrams non ha rivali. Inoltre l’operazione fatta con Lost ha un qualcosa di monumentale. Sia per le modalità produttive e interattive che hanno rivoluzionato per sempre il mondo della serie tv e il rapporto che il fandom intrattiene con le stesse, sia per la creazione delle differenti modalità di fruizione possibili, tramite le componenti interattive e di suspence, sia per la distribuzione che parte dagli echi dickensiani del romanzo a puntate per toccare le vette più alte di tensione de Il conte di Montecristo di Dumas. Tutto in Lost rimanda ad una dimensione di genialità, o di furbizia, che dir si voglia.
Bisogna poi aggiungere che Abrams, oltre alla produzione un’altra fortunatissima serie come Alias, ha alle spalle numerosi fallimenti con i quali ha sondato il terreno della modernità e dello showbuisness, dalla serie Six Degrees , tratta dal film con Will Smith Six degrees of separation (nella quale Abrams stesso compie un cameo) cancellata all’ottavo episodio, a Alcatraz, Believe ecc.
In conclusione, se Star Wars andava riportato sullo schermo, non poteva che essere un autore nerd e rappresentante della modernità a farlo, un folle appassionato della fantascienza degli anni ’80 di Spielberg, Scott, Cameron e dei vari E.T, Blade Runner, Explorers e, appunto, Star Wars che permettesse al prodotto di non incancrenirsi e di non risultare totalmente autoreferenziale.
Abrams è grande conoscitore prima di tutto di cinema, e successivamente di meccanismi produttivi e gusti dei fans. E solo dalla conoscenza deriva la furbizia, quella furbizia che permette a un regista di commercio di costruire dei prodotti di ottima fattura anche dal punto di vista registico, e di portare il suo immaginario ad un grandissimo pubblico, anche se questo vorrebbe dire inserirsi di prepotenza all’interno di un mondo (o un “fantamondo”) già consolidato e oniricamente dittatoriale come quello di Star Wars, della Lucasfilm, del fandom.
E anche se adesso non lo credete, amerete anche la spada laser tridente.
J.J Abrams è furbo, non dimenticatelo.

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