Venditrice porta a porta a Brisbane

Avevo trovato quel posto per caso, sfogliando un raccoglitore con offerte di lavoro per backpackers nell'ostello in cui vivevo a Brisbane. Sapevo che era un'inculata, naturalmente: c'erano troppe promesse e troppi punti esclamativi. Troppo entusiasmo non promette mai bene. Ma non avevo niente da perdere e morivo dalla curiosità di vedere esattamente che tipo di inculata fosse. Quindi avevo chiamato ed ora mi trovavo in una specie di aula scolastica con altri quindici disperati, alcuni consapevoli del guaio in cui ci stavamo cacciando, altri scemi come sassi, ad ascoltare le balle di una sgargiante ragazza svedese che starnazzava e saltellava qua e là cercando di convincerci che avremmo lavorato per la compagnia più figa di tutta l'Australia. Ce la metteva tutta per coinvolgerci e ci faceva un sacco di domande, ma l'unica domanda che mi ponevo io, irritatissima, era se fosse possibile essere così su di giri naturalmente, oppure che tipo di sostanza, esattamente, potesse causare degli effetti del genere.

Il lavoro consisteva nel suonare alle porte della gente che non era cliente della società elettrica per cui avremmo lavorato, sorridere, e attaccare con un patetico quanto fraudolento discorso sulla nostra presunta etica professionale e sulla nostra sincera e disinteressata intenzione di far risparmiare soldi alle famiglie sulle bollette. In modo da fregare quanti più clienti possibile alla compagnia concorrente. Il colpo di genio dei nostri managers era ingannare la gente, che non avrebbe in realtà risparmiato un centesimo, pur restando nei limiti della legalità. Ogni parola che avremmo pronunciato era ponderata, pesata e studiata per suggerire ma non fare false promesse. Al corso preparatorio ci avevano insegnato due nozioni tecniche molto approssimative per far credere ai nostri interlocutori che sapevamo leggere le loro bollette e che ce ne intendevamo veramente - quando in realtà eravamo più ignoranti di loro.
Nonostante la cosa mi infastidisse molto avevo deciso, appena passato l'esamino qualificatorio del corso, di provare almeno un giorno prima di mandare tutto a monte. Mi presentai al lavoro un lunedì mattina per trovare esaltati capisquadra ventenni che urlavano: "Chi farà più contratti? NOI!! Chi vincerà la sfida questa settimana? NOI!!". Alla squadra migliore della settimana promettevano una sonora sbronza a carico dell'azienda. Noi dovevamo dare gridolini di approvazione, per gasarci e incoraggiarci a vicenda e sentirci parte di un team vincente. Ma io proprio non riuscivo a far finta di assecondare la commovente farsa: mi veniva da ridere e mi nascosi dietro una colonna con il volto tra le mani.
Il mio caposquadra, un giovanissimo australiano, mi consegnò un kit con i contratti da compilare, il badge e tutto l'occorrente per fare la rompicoglioni di professione che volevano diventassi. C'era anche un curioso oggettino di plastica arancione con una barretta di ferro che, se sfilata, faceva un casino infernale. "Cos'è questo diabolico aggeggio?", gridai tappandomi le orecchie. "Nel caso in cui ti aggrediscano. Sfili la barretta di ferro, noi ti sentiamo e veniamo a salvarti". "Ah, che carini. L'avete mai dovuto usare?". "Sì, due settimane fa un francese del nostro gruppo è stato rincorso da cinque ubriachi che volevano rompergli una bottiglia in testa. L'abbiamo sentito e siamo riusciti a tirarlo su in macchina prima che lo colpissero. E' stato utilissimo". A quanto pare non avevano apprezzato molto il suo sincero e disinteressato discorso sul risparmio energetico. Mi fu subito chiaro perché non c'erano più francesi nel nostro gruppo. "Mi sento proprio motivata ora, sono proprio contenta", commentai con sarcasmo. "Questo spirito di squadra mi commuove". "E io sono contento di sentirtelo dire", mi strizzò l'occhio il caposquadra senza cogliere l'ironia.

Fu il mio primo e ultimo giorno di lavoro come venditrice porta a porta. Suonai a diverse case, sentendomi peggio di un testimone di Geova che suona alla gente la domenica mattina. Uno mi aizzò contro il suo cane, un altro mi urlò di trovarmi un lavoro, un altro mi apostrofò con epiteti sessuali non proprio lusinghieri, un altro mi rise in faccia. La maggior parte della gente mi sbatteva la porta sul muso insultandomi prima che potessi aprire bocca. Conclusi un solo contratto in sette ore- e solo perché la squinternata signora era sposata con un italiano e aveva un debole per tutti gli italiani del mondo, e io ero così "irresistibilmente italiana". Tornai in ostello esausta, odiando l'elettricità e maledicendo chi l'aveva scoperta. Quando quella stessa sera la manager dell'ostello mi chiese di cominciare a lavorare con lei in reception l'indomani accettai con riconoscenza - non sapevo ancora che lì si stava per inaugurare un'avventura altrettanto bislacca per me. Di tutta la roba del kit decisi di tenere solo l'oggettino infernale di plastica arancione, che conservo ancora con molta cura: non sia mai che non mi torni utile un giorno.

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