Woody Allen: 80 anni di amori e guerre

Forse per caso o per il destino mi ritrovo a scrivere di Woody Allen, il giorno dopo il suo ottantesimo compleanno.  Dico così perché non esiste forse regista più articolato dal punto di vista psicologico, oltre che cinematografico.

Partiamo quindi da una analisi delle sue opere cinematografiche (ricordiamo infatti che Woody Allen non è solo regista di lungometraggi e attore ma anche comico, clarinettista, compositore, scrittore e commediografo), per addentrarci poi in quello che rappresenta uno tra i più grandi artisti di sempre.

Con ben 47 lungometraggi da regista (48 contando l’uscita prossima di Irrational Man, prevista per il 16 dicembre), risulta difficile riuscire a prendere la sua filmografia e farne un riassunto anche se, per nostra fortuna, almeno un punto di partenza c’è. È il 1969 e, dopo aver sceneggiato il film Ciao Pussycat (1965), fa il suo debutto dietro la macchina da presa con Prendi i soldi e scappa. La motivazione? Avere il controllo completo sul film. Da quel momento in poi la sua produzione vede l’uscita di un film all’anno, in cui c’è un filo logico molto marcato.

Se le tematiche ritornano spesso sul destino, sulla religione, sul senso di colpa, sulle decisioni, sulla morale e sulle relazioni, tutte riproposte con quel linguaggio ironico e quasi cinico tipico del cabaret, anche il contesto storico non viene mai meno.
Partendo infatti dai suoi primi capolavori, Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971) e Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere) (1972), passando poi gli ormai celebri Io e Annie (1977) e Manhattan (1979), svoltando verso La rosa purpurea del Cairo (1985), oltrepassando Tutti dicono I Love You (1996) e guardando oltre Hollywood Ending (2002) per arrivare alla “svolta” europea con titoli come Midnight in Paris (2011) e Magic in the Moonlight (2014) troviamo sempre quella coerenza storica che ci si aspetta da un vero e proprio artista.

Le tematiche delle pellicole, infatti, non si limitano a seguire il fil rouge della poetica alleniana, ma si incastrano perfettamente con i momenti storici in cui vengono presentate: non sarà infatti un caso se, col passare degli anni, la dimensione politica e religiosa si è affievolita in favore della crisi dell’individuo (con i film realizzati a cavallo del 2000) per arrivare alle opere recenti, dove il regista stesso decide di riprendere il tema storico (già affrontato comunque in pellicole come Amore e guerra del 1975) per farne una vera e propria critica sociologica e psicologica della società contemporanea.

Ma proprio questo spunto mi da modo di andare oltre la filmografia di Woody Allen, cercando di capire quello che è non solo il personaggio ma proprio il protagonista stesso della quasi totalità dei suoi film. E i suoi personaggi, descritti perfettamente e quasi maniacalmente dal punto di vista psicologico, rispecchiano infatti niente meno che le sue paure e le sue nevrosi. È il regista stesso (per altro appassionato di psicoanalisi) a costruire precisamente tutti i dettagli i ruoli dei suoi interpreti, proiettando il suo inconscio non solo su se stesso ma anche su tutti coloro che recitano con lui. Questo dettaglio non sconvolgerà certo gli appassionati di Woody, che da tempo avranno notato come, questo moto di personificazione del suo io nei suoi film, sia forse un tentativo dell’autore stesso di liberarsi di tali frustrazioni e fobie.

Quello che, tuttavia, mi preme sottolineare è la capacità di Allen di andare ben oltre questo confine: il suo stile non riporta solo all’autoreferenzialità, ma crea un legame molto stretto con il pubblico e il suo tempo. Lo spettatore, infatti, si trova a osservare se stesso e la società in cui vive, perennemente combattuto tra la dimensione comica, che lo fa sorridere, e quella sarcastica, che lo porta invece a una riflessione sul peso di vivere egli stesso in una realtà così insensata e, per di più, in balia di quelle stesse emozioni conflittuali.

Come se non fosse abbastanza, Woody Allen riprende, all’interno dei suoi film, alcuni artisti del passato tra Kafka, Dostoevskij ma anche Bergman e non da ultimo Fellini. E proprio da 8 ½, capolavoro di Federico, che nasce un ulteriore livello di analisi dell’intera produzione del regista newyorkése che, in contrapposizione alla meticolosità dei personaggi, rompe invece la sintassi dei suoi film, mostrando tagli, fratture, spezzati di spazio e tempo, rifiutandosi di procedere secondo una linea retta. Frequenti infatti i flashback e le storie parallele, che non solo spesso giocano sulla duplice percezione spettatoriale, ma che mettono in discussione l’esistenza stessa dell’individualità.

Ora, senza addentrarci nella ripresa della critica di Heidegger dell’esistenza inautentica dell’individuo, trovo tuttavia che, nell’intera produzione filmica di Allen vi sia questa onnipresenza di una dimensione critica dell’essere umano stesso: puntualmente scisso, come la sintassi, spesso incompleto, come alcune trame, sovente curioso ma pur sempre soggetto all’equivoco, a quell’errore che è, a conti fatti, propriamente umano.

Ritornando quindi alla discrepanza tra personaggi, sceneggiatura e storia, in realtà rileggendo il tutto alla luce delle seppur accennate considerazioni filosofiche, vediamo dei personaggi come sperduti nella stessa foschia che aleggia su Manhattan. Personaggi che, seppur perfettamente costruiti, restano in bilico tra autocritica e glorificazione del sè, senza riuscire a cogliere la propria esistenza fino in fondo, anelando inutilmente a raggiungere quello stato che li renderebbe veri e propri individui. Proprio per questo i film di Woody Allen giocano spesso su personaggi contrapposti, perché solo mediante il confronto e la lotta essi riescono a trovare quella dimensione di completezza desiderata da ogni essere umano.

In conclusione, riprendendo dal punto da cui siamo partiti, se da un lato vi è una evoluzione delle tematiche affrontate dal regista (che perdurano ma con un peso sempre differente) dall’altro trovo ci sia una incredibile staticità, anche quando il regista “abbandona” la sua amata New York per esplorare l’Europa. Se il primo impatto può essere quello di un tentativo di Allen di allontanarsi da una realtà che non sente più sua, a mio avviso non è altro che l’ennesimo rimando a quella duplice dimensione, viva almeno dal 1977 con Harry a pezzi, in cui la memoria, le emozioni e i ricordi si legano indissolubilmente con quella stessa finzione a cui tutti aspiriamo ma che, purtroppo, non riusciremo a raggiungere se non uscendo da quella nebbia che non copre soltanto Manhattan, ma l’animo di tutti noi.


Film consigliato per i neofiti di Woody Allen: Ombre e nebbia (1991).

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